“In vita mia ho lavorato troppo. Avrei preferito lavorare di meno e dedicarmi di più alla vita privata”. E’ questo uno dei rimpianti principali delle persone in punto di morte. A rivelarlo è un’infermiera australiana, Bronnie Ware, nel libro “The Top Five Regrets of the Dying” (I maggiori cinque rimpianti delle persone che muoiono). Il testo è la trasposizione cartacea del blog della Ware, in cui l’infermiera aveva annotato le rivelazioni e i rimpianti delle persone morenti assistite nel corso della sua carriera professionale.
Tra i rimpianti, in posizione numero 2, subito dopo il desiderio inappagato di essersi comportati più in linea con la propria personalità seguendo meno le aspettative degli altri, c’è quello di aver lavorato troppo. “Si tratta di un rimpianto espresso da ogni paziente maschio che ho assistito come infermiera”, scrive Bronnie Ware. “Tutti dicevano di sentire la mancanza dell’infanzia dei propri figli o della compagnia della propria partner”. E la ragione del poco tempo dedicato a queste attività era appunto il troppo tempo passato a lavoro. “Tutti gli uomini che ho assistito rimpiangevano moltissimo il fatto di aver speso la maggior parte della propria vita nella monotonia di un’esistenza fatta di solo lavoro”.
L’infermiera, specializzata in terapie palliative, si è presa cura soprattutto di persone anziane, che hanno vissuto i loro anni produttivi in tempi diversi rispetto agli attuali, quando quasi mai erano le donne a “portare il pane a casa”. Infatti, scrive la Ware, “anche le donne hanno espresso questo tipo di rimpianto”, ma in misura minore.
Al momento, invece, le donne stanno diventando sempre di più soggetti che mantengono anche economicamente la famiglia. Negli Stati Uniti, per esempio, nel 2009 contribuivano per il 42 per cento al reddito familiare, come recita un rapporto del think tank Center for American Progress. E le donne, insieme ai giovani, sono le persone che più rifiutano di sacrificare la vita familiare per il lavoro nello stesso modo in cui lo hanno fatto i loro genitori e i loro nonni. Secondo Gustav Grodnitzky, consulente manageriale specializzato in questi temi, all’idea di work-life balance (equilibrio tra lavoro e vita familiare), le giovani generazioni vanno verso una “blended life”, una “vita mista” in cui, dice il consulente, “ogni attività ha senso ed è importante e non importa dove sia fatto il lavoro ma conta solo che sia fatto”.


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