Alla scoperta dei titoli di Stato

La domanda boom in occasione dell’emissione del BTp Italia (18 miliardi di euro, per circa la metà messi sul piatto dalle famiglie) del 17 ottobre ha riportato in auge l’interesse per i titoli di Stato. Strumenti che si distinguono da altri investimenti per la trasparenza e la tassazione agevolata sui guadagni (12,5% contro il 20% applicato su tutti gli altri investimenti finanziari), anche se alcune loro caratteristiche vanno conosciute a fondo per evitare scelte affrettate.

Come si acquistano
I titoli di Stato sono obbligazioni emesse da un Paese sovrano per finanziare il debito pubblico. L’acquisto da parte dei risparmiatori può avvenire in due momenti: in fase di asta, quando cioè i titoli vengono proposti al mercato, facendo apposita domanda al proprio broker o banca. L’assegnazione non è automatica, considerato che la domanda può risultare superiore all’offerta.

In secondo luogo è possibile acquistare il titolo già quotato al prezzo del momento, che come sempre è generato dall’incrocio tra la domanda e l’offerta. In fase d’asta non sono previste commissioni, con l’eccezione dei BoT - che comunque prevedono massimali contenuti, disposti per decreto, attualmente a quota 30 centesimi per ogni 100 euro sottoscritti – mentre l’acquisto di titoli sul mercato è soggetto al prelievo previsto dall’intermediario.

Principali tipologie
Per decenni il principale strumento di investimento delle famiglie è stato il BoT (Buono ordinario del Tesoro), prodotto a breve termine (durata massima di 12 mesi, altri tagli a 3 e 6 mesi). Erano i tempi della lira e dell’inflazione alta, che spingevano il Tesoro ad assicurare rendimenti elevati per incontrare l’interesse dei risparmiatori. Oggi la situazione è cambiata, ma i BoT destano comunque ancora un certo interesse. Emessi con taglio minimo di 1.000 euro, sono titoli collocati a sconto: in sostanza, il prezzo di rimborso è pari a 100, mentre quello di emissione è inferiore, con la differenza tra i due valori che identifica il rendimento per l’investitore. Lo stesso meccanismo caratterizza i CTz (Certificati del Tesoro zero coupon), che hanno una durata fino a due anni.

Tutti gli altri titoli di Stato, invece, hanno nella cedola il loro tratto caratteristico. I CcTeu (Certificati di credito del Tesoro) sono strumenti con scadenza a 7 anni e rendimento della cedola (variabile) legato al tasso Euribor a 6 mesi, più una maggiorazione. I BTp (Buoni del Tesoro poliennali) possono raggiungere scadenze fino a 30 anni e prevedono cedole semestrali, a tasso fisso. Infine il BTpi e il BTp Italia sono strutturati come il classico BTp, con la particolarità di legare la cedola rispettivamente all’inflazione europea e a quella italiana.

Come scegliere in base alla propensione al rischio
La duration è uno degli indicatori principe delle obbligazioni. Quanto più lontana è la scadenza di un titolo, tanto più alto è il rischio che l’emittente si trovi in difficoltà nel rimborso. Ecco perché i rendimenti dei titoli a breve scadenza tendono ad assicurare rendimenti più contenuti rispetto a quelli a lunga.
La duration si lega a una variabile decisiva per il rendimento delle emissioni sovrane, vale a dire l’andamento dei tassi di interesse. Quando questi ultimi salgono, i rendimenti dei titoli di Stato tendono a calare, e viceversa. Ecco perché la durata del portafoglio può essere modificata riducendola quando i tassi sono attesi in crescita e aumentandola quando sono previsti in calo.

Considerato che il rischio di valutazioni errate è sempre elevato, la carta migliore per minimizzare i rischi è la diversificazione: inserendo in portafoglio titoli a reddito fisso e indicizzati all’inflazione, a breve e a lunga scadenza, si ha la possibilità di fronteggiare tutte le variabili che possono presentarsi nel corso dell’investimento e intervenire in caso di necessità (ad esempio vendita di un titolo prima della scadenza) senza ansie.

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