Sono stati depositati in Cassazione due nuovi quesiti referendari promossi da un comitato composto da partiti politici e società civile, di cui fanno parte SEL, IDV, RC, PDCI, FIOM-CGIL, Verdi e i giuristi Pier Giovanni Alleva e Umberto Romagnoli. L'obiettivo è quello di ripristinare l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori com'era prima della riforma Fornero (in particolare reintroducendo il reinserimento per tutti i lavoratori licenziati senza giusta causa) e di abrogare l'articolo 8 del decreto 138 del 13 agosto 2011 che permette di derogare ai contratti collettivi nazionali per alcuni rapporti di lavoro.
"I quesiti referendari" dichiara Nichi Vendola, Presidente della Ragione Puglia e leader di SEL "cercano di reinstaurare la civiltà del lavoro che si fonda sul diritto di non essere licenziati senza giusta causa e vogliono abolire la delega che cancella i contratti nazionali e rende i cittadini ricattabili". Antonio Di Pietro tira direttamente in causa il PD: "Le alleanze si fanno sui programmi e questo referendum è un programma su cui allearsi per mettere di fronte alle proprie responsabilità anche chi appoggia il governo Monti" e continua "Casini ha detto che se va al governo mantiene la riforma Fornero. Il Pd deve decidersi: la appoggerebbe o la sostituirebbe?".
Le prime reazioni del PD sono tiepide e, come spesso accade con quello che vorrebbe e dovrebbe essere il maggior partito del Centrosinistra, contraddittorie e un po' confuse su un tema così centrale come quello del lavoro. Infatti Rosy Bindi, presidente del partito, si dichiara contraria ai microfoni del programma Omnibus di La7, definendo il referendum sull'articolo 18 "un grave errore" che lei non appoggerebbe "perché questa riforma che parte dall’articolo 18 è frutto di una sintesi a cui abbiamo contribuito anche noi come Pd in maniera determinante e perché penso che la modifica all’articolo 18 sia assolutamente europea". Dal canto suo però, Pier Luigi Bersani, segretario del partito, alla Festa del PD di Padova dichiara: "la nostra non è una posizione antitetica. Noi abbiamo difeso a proposito dell'art. 18 la posizione di chi non voleva che si arrivasse a monetizzare il posto di lavoro, e abbiamo garantito che ci fosse un presidio della magistratura a proposito della giusta causa", poi, dopo aver ricordato che comunque nell'anno delle elezioni non è possibile fare anche i referendum, ha aggiunto: "il quesito è molto complicato. Io credo invece che il tema del lavoro vada ripreso a partire anche da altri problemi, che sono per esempio quello della precarietà, che è stato risolto" e dopo questo forse eccessivo slancio di entusiasmo sulla precarietà, ha concluso: "Bisogna creare lavoro, le regole da sole non bastano. Quando ci occuperemo noi di lavoro ci sarà anche questo aspetto: regole sì, ma anche in modo da creare lavoro".
Comunque, nell'attesa che le posizioni si chiariscano, la raccolta delle firme inizierà il 12 ottobre prossimo.
Certo è impossibile non ricordare che l'articolo 18 dello Statuto del Lavoratori, norma che come poche altre ha assunto negli anni un valore simbolico nel conflitto politico e sociale, è stato già oggetto di un referendum nel 2003, che puntava all'estensione della sua applicazione a tutte le aziende e non solo a quelle con più di 15 dipendenti. Allora non si raggiunse il quorum (ci si fermò al 25,7%). Erano altri tempi, bisognerà attendere un po', prima di vedere come finirà questa volta.
In Cassazione i quesiti contro riforma Fornero dell'art. 18

