L’Europa si congratula con il presidente rieletto. Angela Merkel, in una nota rivolta a Obama, scrive: “Ho apprezzato particolarmente le nostre numerose discussioni, in particolare quelle su come superare la crisi economica e finanziaria mondiale”. La cancelliera ha colto l’occasione per invitare il presidente in Germania, augurandogli “forza” e “successo” per il secondo mandato. “Sarebbe una gioia averla di nuovo ospite in Germania e poterla salutare”, ha concluso la Merkel.
I complimenti sono arrivati anche dall’Italia. Tra i primi leader mondiali a congratularsi con Obama, il presidente Giorgio Napolitano, che ha sottolineato come “il popolo americano e quello italiano hanno bisogno della più solida amicizia tra i nostri due Paesi e della più stretta collaborazione tra Stati Uniti ed Europa perché possa avanzare nel mondo la causa della pace, della democrazia e dei diritti umani”. Anche il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha scritto su una lettera indirizzata a Barack Obama di “guardare con piacere alla continuazione della cooperazione tra noi, fondata sulla particolare sintonia che si è venuta creando, a livello personale così come tra i nostri due Governi”. Con la conferma di Obama “l’Italia sa di poter contare su un’America amica e forte”.
Un Obama bis garantirà una certa continuità anche ai rapporti tra Usa e Europa. Se l’avesse spuntata il repubblicano Romney, sarebbe stato lecito aspettarsi qualche cambiamento. “Se Obama vince gli Stati Uniti faranno la fine di Atene, Madrid e Roma”, aveva detto in campagna elettorale lo sfidante sconfitto. Non certo parole al miele per le relazioni internazionali con l’Europa. Qui non conta neanche tanto la ragione, c’entra, semmai, l’orgoglio. E un presidente che si presenta con questo biglietto da visita, sicuramente, non avrebbe goduto di grande simpatia tra i Paesi del Vecchio continente.
Con Obama, dicevamo, vince la continuità. Ma la vittoria non consentirà grandi cambiamenti. Il Paese è diviso, pesantemente condizionato dal controllo repubblicano della Camera dei Rappresentanti e da una fragile maggioranza democratica al Senato. In politica interna si dovranno fare i conti con una crisi finanziaria tutt’altro che passata, un debito pubblico fuori controllo, un’occupazione che cresce ancora troppo lentamente e un’industria manifatturiera in grave difficoltà. La politica estera, invece, dovrà affrontare il ritiro delle truppe in Afghanistan, previsto nel 2014, e i rapporti con la Cina.
L’Europa risentirà, di rimando, di questi scenari soprattutto se continuerà a ritardare le riforme istituzionali tese a rendere più solidi i poteri comunitari e il ruolo della Banca Centrale europea. Se è vero che la mancata elezione di Romney può essere vissuta come uno scampato pericolo per l’Europa, la riconferma democratica non deve creare false illusioni: gli interessi statunitensi sono sempre più distanti dall’Europa. Obama potrà proseguire sulla via diplomatica, raffreddando le tensioni tra Russia e Cina, cercando di contenere il conflitto in Medio Oriente e affrontando la questione iraniana. Questi orientamenti, se confermati, potrebbero portare anche qualche beneficio oltre oceano.
Ma l’Europa farebbe bene ad affrontare le questioni aperte direttamente, come la regolamentazione finanziaria e la crisi economica. In America devono già fare i conti con la loro. E prima di guardare in casa nostra, Barack Obama avrà ben altro a cui pensare.









