Neanche il tempo di festeggiare. L’agenzia di rating Fith minaccia di tagliare la tripla A degli Stati Uniti. Il giorno dopo la vittoria di Barack Obama, l’agenzia avverte il presidente: è necessario agire rapidamente per evitare il “fiscal cliff” (precipizio fiscale), che sta diventando un incubo per l’economia a stelle e strisce. Per Obama, ha scritto in una nota Fitch, la “sfida è attuare un piano di riduzione del deficit credibile, in modo da evitare l’aggravarsi della crisi economica”.
Insomma, neanche il tempo di godersi la vittoria che “il meglio deve ancora venire”, pronunciato dal rieletto Obama, suona un po’ beffardo. I problemi da affrontare sono molti, in primis quello di un Paese diviso da un Senato a maggioranza democratica e una Camera repubblicana, con il debito pubblico che si gonfia anno dopo anno, inesorabile, e con un tasso di disoccupazione che non smette di preoccupare.
Non solo Fitch, anche Moody’s non rimuove l’outlook negativo sul rating statunitense, attualmente di “tripla A”. Sempre in una nota Moody’s afferma di voler conservare il suo giudizio fino al completamento delle trattative sul bilancio 2013. La vittoria di Obama, spiega l’agenzia, ha rimosso “l’incertezza sulla guida del Paese ma resta il problema di un Congresso diviso”. Già lo scorso agosto, Standard & Poor’s ha ridotto la sua valutazione ad “AA”, dopo mesi di trattative con le forze politiche per l’innalzamento del tetto massimo del debito federale. Comunque sia, la revisione di S&P non ha avuto conseguenze negative sul debito americano che, invece, si è ridotto nei mesi successivi.
E il timore sul futuro del sogno americano si è manifestato anche sui mercati. La Borsa di Milano ha chiuso mercoledì in forte calo, dopo un avvio incoraggiante: -2,49%, la peggiore d’Europa, così come Wall Street che ha terminato gli scambi con il Dow Jones in ribasso del 2,36% a 12.933,20 punti e il Nasdaq che ha ceduto il 2,48% a 2.937,29 punti.
Il debito pubblico dell’Italia è ormai sull’orlo dei 2mila miliardi di euro, ovvero il 120% del Pil che, tra l’altro, quest’anno scenderà di oltre due punti percentuali a causa del peggioramento del rapporto col debito. Giusto per fare un paragone, quello statunitense è balzato oltre i 16mila miliardi di dollari, una cifra che si fatica addirittura scrivere per intero, oltre il 140% del Pil. Moody’s, soprattutto per questo, ha detto chiaramente che se Obama non cambierà strategia, la tripla A può saltare nel 2013. Nuove proposte dovranno, perciò, essere pensate entro la fine dell’anno. Impresa complicata perché mettere d’accordo la Camera, a maggioranza repubblicana e il Senato a maggioranza democratica non è affare da poco. Il rischio è quello di veder scadere gli sgravi fiscali complessivi da 500miliardi, risalenti alla presidenza Bush, che secondo gli esperti potrebbero avere un impatto del 4% sull’andamento del Pil.
La partita si gioca sul piano delle tasse. Obama in campagna elettorale si è detto favorevole a tassare di più i redditi degli americani che superano i 250mila dollari l’anno, ma John Boehner, il leader dei repubblicani alla Camera, ha ribadito la contrarietà a permettere tasse più alte per i ricchi.
Un accordo politico verrà raggiunto perché un disastro economico non conviene a nessuno. Se anche Fitch e Moody’s dovessero rivedere il giudizio sul debito statunitense al ribasso, le ripercussioni sull’economia già sofferente americana potrebbero essere pesantissime. Si prospetterebbe una reazione a catena capace di mettere a rischio l’intero equilibrio politico e militare mondiale. C’è da dire, almeno, che il momento è propizio. Dopo la campagna elettorale i repubblicani intransigenti possono iniziare ad abbassare i toni, mentre Obama, dal canto suo, potrà sfoggiare tutta la sua bravura diplomatica per mediare. Senza paura di far arrabbiare i suoi elettori che lo hanno appena rieletto.









