Non sono bastate quattordici ore ai leader europei per trovare un’intesa. Ci hanno riprovato oggi, venerdì, e la giornata si preannunciava molto lunga. L’approvazione del bilancio europeo pluriennale 2014-2020 continua a divere l’Europa. I vari capi di Stato e Herman Van Rompuy hanno dato il via alla riunione ufficiale solo verso le 23.30 di ieri, giusto per prendere visione della nuova bozza di bilancio scritta dal presidente del Consiglio europeo. Non cambia molto. Restano invariati gli 80 miliardi di tagli proposti settimana scorsa, quello che si cerca di sistemare è la distribuzione nei vari capitoli di spesa.
Aumentano i fondi destinati alla coesione e alla politica agricola comune. Diminuisce tutto il resto, compresi i programmi di ricerca e sviluppo ritenuti i più importanti dall’Italia. Vediamo nel dettaglio le cifre proposte. Le politiche di coesione, ossia quelle che riguardano le regioni in ritardo di sviluppo, ricevono 10,7 miliardi in più e la Pac (Politica agricola comune) riceve 7,8 miliardi in più rispetto ai tagli previsti. Il taglio della coesione, sempre rispetto alla prima proposta, sarebbe di 18,5 miliardi mentre la riduzione a carico della Pac sarebbe di 7,8 miliardi.
Altre sforbiciate, inoltre, alla competitività, ovvero ai programmi di ricerca e sviluppo tecnologico, come il programma Galileo, che vengono ridimensionati, in negativo, di altri 13 miliardi oltre agli 11,6 già proposti, per un totale di 24,6 miliardi di euro. Decurtato anche il programma “Connencting Europe Facility”, un piano d’investimenti per le reti di trasporti, energia e telecomunicazioni tanto caro a Confidustria, di circa 9 miliardi. Nella nuova bozza non vengono toccate ulteriormente, invece, le spese amministrative delle istituzioni europee e in particolare gli stipendi dei funzionari Ue (quella precedente aveva in programma già 6 miliardi di euro da recuperare attraverso tasse, fondi di solidarietà e contributi pensionistici, da parte di tutto il personale di tutte le istituzioni Ue), ma propone l’aumento delle ore di lavoro degli stessi funzionari da 37,5 a 40 ore settimanali.
In buona sostanza, chi ci guadagnerebbe è la Francia che ottiene più soldi per la tanto cara politica comune. “L’agricoltura è un bene per tutta l’Europa, non solo per Francia”, aveva commentato il presidente François Hollande. A rimanere più penalizzata, però, è l’Italia. E’ vero che con la nuova bozza il nostro Paese recupererebbe 1,5 miliardi sull’agricoltura e 1,2 sui fondi di coesione, ma resta il colpo d’accetta alla competitività, uno dei punti fermi degli interessi nostrani in Europa, come ribadito da Monti e Moavero. Il premier ha ammesso, all’inizio del summit, che si tratta di “un negoziato molto complesso” e che “è prematuro dare adesso un giudizio”, lasciando intendere, quindi, che servirà probabilmente un altro vertice europeo per risolvere la questione. Nei giorni scorsi il ministro per gli Affari europei, Enzo Moavero, aveva minacciato il veto italiano sul voto nel caso non fossero ridiscussi i termini in maniera tale da non causare un danno all’economia italiana.
L’Italia, tra l’altro, versa all’Ue più di quanto riceve. La sua posizione contributiva netta è di circa 6 miliardi di perdita nel 2011. Insomma, Roma continua a versare a Bruxelles più soldi di quanti ne vede tornare indietro, pagando così per la redistribuzione delle risorse a favore degli Stati che versano meno di quanto ricevono, come per esempio gli Stati dell’Est. Non è certo un caso che l’Europa Orientale resti contraria ai tagli al bilancio europeo, malgrado non opponga resistenza per non creare scontri aperti. Neanche la stessa Polonia, una delle più grandi beneficiarie del bilancio Ue, ha avuto modo di protestare, perché malgrado le riduzioni, la nuova ripartizione delle spese non la penalizzerebbe.
Intanto la Gran Bretagna non intende cedere di un passo sui tagli richiesti, visto che a Londra i 973 miliardi di euro previsti dalla nuova bozza paiono ancora un’enormità. David Cameron ha sottolineato come “non ci sono stati progressi sufficienti in questa fase”. E anche la Germania vorrebbe che i tagli fossero più consistenti, stanca di essere tra i più grandi contribuenti al bilancio con i suoi quasi 20 miliardi versati all’Europa nel 2011.
E alla fine, l'annuncio che non c'è stato l'accordo. I leader europei non hanno trovato la quadra e hanno deciso di rimandare tutto all'anno nuovo. Appuntamento a gennaio 2013, sperando che le divergenze vengano superate nel frattempo.









