Eni (Milano: ENI.MI - notizie) continua a far parlare di sé e oggi registra un buon rialzo di oltre 1,3 punti percentuali dopo aver raggiunto un accordo con la britannica Heritage Oil (Francoforte: A0NG6K - notizie) che a Londra registra un rialzo del 2,76 per cento. È ancora il sole africano che scalda le quotazioni di questi big petroliferi e con il nuovo deal Eni ha ottenuto la possibilità di avere un ruolo di primo piano in alcuni giacimenti dell'Uganda (blocchi 1 e 3A).
I numeri in campo sono estremamente interessanti: i giacimenti in questione si trovano, infatti, nel lago Albert al quale sono attribuite risorse per 1 miliardo di barili di petrolio equivalente di cui circa 700 milioni già scoperti. Per la società guidata da Paolo Scaroni l'Africa non è ovviamente una novità e rappresenta senz'altro un'area importante per le prospettive del gruppo. Egitto, Nigeria, Libia, Congo, Ghana rappresentano paesi importanti sia allo stato delle cose che in prospettiva, ma presentano anche difficoltà e contesti diversi che spaziano dalle problematiche ambientali e sociali della Nigeria (che hanno già pesato notevolmente sulle performance di tutta la società durante il 2008 e il 2009), alle difficoltà tecniche del Congo, dove il petrolio dovrà in molti casi essere estratto dalle sabbie bituminose, alle trattative "politiche" in Egitto o in Libia. Un puzzle di contesti reso più complicato dalle vere e proprie gare fra vari competitor internazionali spinti verso l'Africa dalla forte volatilità del greggio sui mercati internazionali. Il crescente ruolo degli operatori cinesi anche in Africa è solo uno degli esempi più noti della gara per l'approvvigionamento energetico nel contesto internazionale. Lo scacchiere africano è però solo uno dei tanti in cui si trova operare la più grande società italiana. Di recente, oltre alle note vicende irachene e all'aggiudicazione dello sfruttamento dei pozzi di Al Zubair dopo la perdita dei contratti sui giacimenti di Nassirija, Eni ha continuato a operare in Russia e in diversi paesi del Medio Oriente, fra mille difficoltà tecniche e politiche. Il discorso su South Stream, il gasdotto che dovrebbe portare in Europa Meridionale il gas russo aggirando a sud l'Ucraina, sembra a una svolta dopo l'apertura delle trattative ai francesi di EdF (Parigi: FR0010242511 - notizie) . Inizialmente il progetto è stato diviso tra l'italiana Saipem (Milano: SPM.MI - notizie) (gruppo il cui azionista di riferimento è proprio Eni) e l'unico distributore mondiale di gas russo autorizzato da Mosca: Gazprom. Allo stato delle cose gli accordi italo-russi su questa grande infrastruttura riguardano "solo il tubo" e non è chiaro come sarà gestito lo step successivo delle politiche di distribuzione, quale sarà in un secondo momento il ruolo di Eni e come l'Italia sfrutterà questo vantaggio strategico e geografico. Di certo il discorso sulle forniture del gas all'Europa è da anni al centro dell'attenzione di Bruxelles ed Eni dovrà in tutti i modi guadagnarsi il ruolo di primo piano che merita in queste tematiche. In un recente intervento in Senato l'amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni ha anche affrontato il problema del Tag (Trans Austria Gasleitung), un gasdotto che attraversa l'Austria e consente al gas di Mosca di arrivare a Roma. Neelie Kroes, numero uno dell'Antitrust europea, ha accusato l'Eni di giocare un ruolo dominante in questa infrastruttura e quindi di nuocere alla concorrenza, minacciando severe sanzioni da Bruxelles. Scaroni si è però detto fiducioso sul prossimo incontro previsto per il 27 novembre, quando avremo l'occasione di spiegare la nostra posizione all'Unione. L'Italia ha già ribadito di ritenere quella infrastruttura strategica e Scaroni ha detto chiaramente di credere che, alla fine, "una soluzione si troverà". Qualche osservatore in merito aveva ipotizzato una cessione a investitori istituzionali delle quote del Tag in pancia a Eni, tuttavia le trattative sono ancora in pieno svolgimento ed è difficile dire quali proposte avanzerà Scaroni e quali misure Bruxelles gli chiederà.