Una corsa contro il tempo. Questione di giorni. Anzi, di ore. L’America ha tempo fino al 31 dicembre per evitare il baratro fiscale. Lo spettro del “fiscal cliff” diventa sempre più minaccioso anche perché, ad oggi, il presidente Barack Obama e il Congresso (a maggioranza repubblicana) non hanno trovato nessun accordo. Le trattative sono frenetiche e a risentirne, tra gli altri, è anche la Borsa. Il summit decisivo inizierà nella serata di venerdì per protrarsi fino a quando si troverà, se si arriverà, ad un accordo.
Se non si trovasse la fatidica quadratura del cerchio, dal primo gennaio scatteranno tagli automatici alla spesa pubblica per 1.200 miliardi (in dieci anni) con un contestuale aumento delle tasse del 2%. Anche per questo, la Camera Usa è stata convocata in sessione straordinaria. I deputati potrebbero rimanere “in sessione” ininterrottamente fino al 2 gennaio, data di scadenza dell’attuale Congresso, pur di votare nei tempi consentiti il testo dell’intesa che giungerà poi in Senato.
In altre parole, l’America rischia il default. E per non essere troppo catastrofistici, il Paese entrerebbe in recessione senza un accordo che eviti il baratro. Nella scorsa settimana il ministro del Tesoro Geithner ha annunciato che lo Stato ha speso quasi tutti i 16mila e 394 trilioni di dollari consentiti all’intesa del 2011, quella che fissò il tetto del debito. Il ministro del Tesoro potrà arrivare, al massimo, a tirare altri due mesi, ma senza nuove soluzioni fiscali gli Stati Uniti sono destinati alla recessione. Obama è tornato al lavoro dalle Hawaii per dare il via a negoziato. Nelle settimane scorse il presidente aveva offerto allo Speaker della Camera, Boehner un accordo che prevedeva tagli alla spesa per circa un trilione di dollari e aumenti delle tasse per redditi superiori ai 400mila dollari l’anno. Boehner, ostaggio della corrente del Tea Party contraria a qualsiasi incremento fiscale, ha risposto con una proposta che coinvolgeva solo i redditi superiori al milione di dollari. Tutto inutile, anche la stessa base repubblicana ha rifiutato l’eventualità.
La situazione è da affrontare in tempi brevi. L’ipotesi è una legge minima che estenda le agevolazioni fiscali per chi guadagna meno di 250mila dollari, sospenda i tagli automatici alla spesa, e conservi i sussidi a due milioni di disoccupati, in attesa di raggiungere un accordo più ampio. Si tratterebbe, in buona sostanza, di un compromesso. Piuttosto che niente, meglio piuttosto. Ma non è certo, anzi, che le parti trovino un punto di contatto. Obama vorrebbe una soluzione, ma c’è anche chi sostiene che lo stesso presidente vorrebbe che non si trovasse perché dopo il fallimento di Boehner la colpa del “fiscal cliff” ricadrebbe sui repubblicani che la pagherebbero, a caro prezzo, nelle prossime elezioni del 2014. Boehner, dal canto suo, non vuole accordi che compromettano le sue possibilità di essere riconfermato Speaker il 3 gennaio, figurando come colui che ha dato il là all’aumento delle imposte. Una volta finiti nel baratro fiscale, comunque, le tasse aumenteranno per tutti. Come dire, ognuno fa il suo gioco politico. E mercati, nel frattempo, non scherzano affatto. Le ansie statunitensi si ripercuotono su tutte le Piazze. E così a Milano, Piazza Affari cede lo 0,6%, Londra lo 0,6% come Francoforte e Parigi l’1,3%. Le vendite a Madrid sono in calo di oltre il 20%, mentre si prepara al delisting a inizio 2013. Si rafforza l’euro a quota 1,3229 contro il dollaro, crolla invece lo yen. Negli Usa, a Wall Street il Dow Jones è in rosso dello 0,7%, il Nasdaq dello 0,5% e l’S&P dello 0,8%.









