Siamo il paese della buona tavola. Il cibo e il vino sono potenti catalizzatori di un turismo edonista globalmente riconosciuto. Spaghetti, parmigiano, prosciutto crudo, olio d’oliva e vini italiani sono icone universali del gusto, bandiere del made in Italy permanentemente issate. Eppure le cifre emerse nell’interessante incontro Percorsi innovativi per la crescita internazionale – Un confronto sulle dinamiche del settore food e sui nuovi modelli competitivi, realizzato da Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Consorzio Italia del Gusto e il Gruppo Food, mettono il settore agroalimentare nazionale di fronte a un dato sorprendente: la Germania esporta più cibo dell’Italia. E lo scarto che ci separa dalla locomotiva economica dell’Ue è tutt’altro che esiguo: i tedeschi, infatti, esportano il 27,5% della loro produzione, mentre in Italia si vende oltrefrontiera solamente il 19% dell’intera produzione, una percentuale inferiore a quella di altri settori.
Secondo Gregorio De Felice, capo-economista di Intesa San Paolo, l’obiettivo a breve termine dell’Italia dovrebbe essere quello di agganciare la quota di export dei tedeschi quantomeno in termini relativi (la percentuale di export sul fatturato nazionale) facendo compiere un balzo in avanti di 10 miliardi di euro al settore rispetto agli attuali 24,3 miliardi. Nei giorni in cui Fiat smantella definitivamente e inequivocabilmente Fabbrica Italia, dunque, c’è chi propone un rilancio di un settore che non è delocalizzabile: così come il turismo, anche il settore food è un patrimonio che i nostri Governi continuano a sottovalutare. Nonostante i modelli vincenti come Eataly (18 sedi in tutto il mondo, fra cui 9 a Tokyo e una a New York), Grom (che ha aperto le sue gelaterie anche a Osaka, Tokyo, Parigi, New York e Malibu) e Pedon (+ 30% di fatturato nei primi otto mesi del 2012) esplosi nell’ultimo decennio, il settore agroalimentare italiano stenta ad affermarsi su scala globale perché non sostenuto dalle grandi catene di distribuzione. Nei super ed ipermercati il nostro cibo viene relegato nell’area etnica confondendosi con le spezie indiane e la cucina messicana.
Pur potendo contare su di un’eterogeneità che non ha eguali al mondo, il cibo italiano sconta la dimensione medio-piccola delle sue imprese (che rappresentano il 62% del totale contro il 37% di Francia e Germania), la difficoltà nel raggiungere uno spazio visibile sugli scaffali e alcune norme come il protezionismo sanitario che impedisce di salumi, formaggi e dolci in Brasile, India e Stati Uniti. La situazione è molto diversa in Francia, dove è presente un’antica e consolidata tradizione nel settore della grande distribuzione: con i suoi 16mila punti vendita in giro per il mondo Carrefour è riuscita a colonizzare un mercato importante come quello cinese.
La via d’uscita dalla crisi è nei mercati extra-comunitari, nei Bric e nell’Estremo Oriente dove la crescita è in doppia cifra ma potrebbe essere nettamente superiore. Gli ultimi dati parlano di un + 26,8% in Cina e di un +22,8% in Giappone ma i risultati potrebbero aumentare in maniera esponenziale se si riuscisse a limitare il fenomeno dell’italian sounding. Ogni anno, infatti, 60 miliardi di euro di prodotti i cui brand ricordano foneticamente i marchi italiani invadono il mercato sfruttando il potenziale di attrazione del cibo made in Italy. La produzione di cibi taroccati, quindi, movimenta un giro d’affari più che doppio rispetto all’export dei cibi originali. Dal Parmesan e dall’Asiago prodotti nel Wisconsin alla lionese pasta Panzani, dalla salsa San Marzano ottenuta da pomodori rigorosamente statunitensi all’olio Pompeian ottenuto dalla spremitura delle olive del Maryland, gli esempi di italian sounding sono, purtroppo, molti.
Le piccole-medie imprese devono consorziarsi, pensare a politiche comuni per posizionarsi in maniera competitiva sugli scaffali asiatici, statunitensi e sudamericani. Il modello di Eataly, una sorta di garante sovracomunitario della qualità e della provenienza dei cibi, può risultare vincente in un mercato letteralmente “affamato” di made in Italy. Ai Governi, invece, il compito di sorvegliare, contrastare la concorrenza sleale e impedire che nelle latte di salsa vendute a San Francisco ci siano “pomodori San Marzano” coltivati a 10mila chilometri da Sarno.
OktoberFest, a Monaco boccali levati contro la crisiMonaco di Baviera, (TMNews) - Boccali levati trabordanti di schiuma, salsicce sul fuoco e profumati bretzel. A Monaco di Baviera va in scena l'OktoberFest, la più antica e popolare festa della birra. Più di 6 milioni di persone come ogni anno affolano il Theresienwies (il prato di Therese) alla periferia di Monaco, per una sorta di grande carnevale fatto di costumi bavaresi, cibo e soprattutto tanta tanta birra. "Questa è la più grande festa popolare del mondo, e noi abbiamo il privilegio di averla proprio qui" dice soddisfato un cittadino bavarese. Si brinda con un boccale che quest'anno costa attorno ai 9 euro e mezzo, arrivano da tutto il mondo per partecipare a questa colossale bevuta collettiva. "Non eravamo mai state in Germania, prima ma la festa è bellissima, è esattamente come ce la immaginavamo: tanta birra e divertimento, dicono queste amiche californiane, che complice qualche boccale di troppo sono perfettamente integrate con i tedeschi. Tante bionde da bere e da ammirare, per dimenticare la crisi, l'OktoberFest infatti è un business da capogiro che fa fatturare oltre 800 milioni di Euro, per la gioia dei conti tedeschi.









