Francia, linea dura di Hollande sui tagli alla Peugeot

Si è mosso il presidente francese François Hollande e quando non è stato lui in prima persona è toccato ai suoi uomini, al ministro dell’Economia Pierre Moscovici o a quello del Risanamento produttivo Arnaud Montebourg, mettere sotto pressione il gruppo Psa Peugeot-Citroen che nel piano di ristrutturazione presentato in luglio ha ufficializzato l’intenzione di tagliare 8mila posti di lavoro e chiudere lo storico stabilimento di Aulnay-sous-Bois. Non passa giorno in cui il Governo francese non esprima la propria disapprovazione per la strategia industriale di un gruppo che, a differenza di Renault, non ha alcuna presenza dello Stato nel suo capitale.

Una situazione ben diversa da quella italiana con il nostro ministro del Lavoro Elsa Fornero in attesa di una chiamata di Sergio Marchionne per capire che cosa ne sarà di Fabbrica Italia. Del piano industriale quadriennale presentato da Fiat nell’aprile 2010 – per raffreddare i rapporti sempre più “caldi” con il sindacato e attenuare i timori di un trasferimento della produzione in Paesi dal costo del lavoro maggiormente competitivo – già nell’ottobre 2011 venivano rinnegati il nome (“Alla luce di possibili fraintendimenti, equivoci e irrealistiche attese Fiat si asterrà, con effetto immediato, da qualsiasi riferimento a Fabbrica Italia” si leggeva in una nota della casa automobilistica torinese) e l’essenza (“Fabbrica Italia non è mai stato un piano finanziario, ma l’espressione di un indirizzo strategico”). La scorsa settimana i legittimi sospetti sono diventati inconfutabili realtà, Fiat ha ribadito con decisione quanto aveva lasciato intendere lo scorso inverno: “impossibile fare riferimento ad un progetto nato due anni e mezzo fa” in un contesto profondamente cambiato, con vendite in caduta libera sul mercato europeo. Il piano industriale (o indirizzo strategico…) fu pensato dopo il 2009, l’annus horribilis che vide la produzione Fiat ferma a 650mila autovetture. L’obiettivo di Fabbrica Italia era di arrivare a produrre 1 milione e mezzo di vetture nel 2014 attraverso un iter di crescita graduale. Non solo non c’è stata crescita ma nel 2011 la produzione si è fermata a 400mila vetture. E ora, a Pomigliano d’Arco, tornano la paura di perdere il posto di lavoro e le tensioni, con lanci di uova sulla sede della Uilm da parte di esponenti della Fiom.

E la politica? Da buona bogianen Elsa Fornero attende vicino alla cornetta lo squillo di Sergio Marchionne che, però, si fa sospirare. Intanto Fiat incassa da Standard&Poor’s un BB- che la mette leggermente al di sotto dei rating di Peugeot (BB) e Renault (BB+). Classificazione che, in soldoni, si traduce con una generale condizione incertezza economico-finanziaria che non permette pianificazione di lungo periodo e garanzie sul soddisfacimento degli impegni assunti.

L’unica differenza, dunque, è rappresentata dall’impegno politico. Immagine speculare dell’attendismo del nostro ministro del Lavoro, l’interventismo del presidente Hollande nel sostenere Peugeot è rafforzato dalle posizioni “forti” assunte pubblicamente dai suoi ministri. Alla faccia del soprannome – Flamby, budino – con i quali i sostenitori di Sarkozy avevano scelto di ostacolarne l’ascesa all’Eliseo, Hollande non vuole stare a guardare. I 6,5 milioni di euro prestati dal Governo francese al gruppo sono stati già restituiti ma i fondi pubblici utilizzati per la cassa integrazione e gli aiuti per la rottamazione in vigore fino al 2011 fanno del presidente qualcosa di più di un semplice spettatore nella crisi di Psa Peugeot-Citroen.
“Bisogna ridurre l’ampiezza dei tagli – ha dichiarato Arnaud Montebourg -. Sarà difficile salvare Aulnay ma ci sono altri stabilimenti, quello di Rennes in particolare, che dobbiamo assolutamente preservare”. Sabato 22 settembre Mario Monti riceverà  Sergio Marchionne. Con la speranza che il governo francese faccia scuola.

Fiat, Landini: senza investimenti addio Fiat-VideoDocMilano (TMNews) - "La cosa che dice Marchionne ovvero che gli investimenti sono rinviati al 2014 vuol dire altri due anni minimo di cassa integrazione dopodiché il rischio è che l'Italia perda il settore dell'auto", così il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini parlando a Milano a margine del Milano Film Festival.


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