L’Italia è in piena recessione. Disoccupazione che sfiora il 10% e 500mila posti di lavoro persi in poche settimane. Giovani sempre più senza occupazione e lavoratori di lungo termine che lasciano i posti più tardi, costretti dalla riforma pensionistica a lavorare più a lungo. A descrivere, in cifre, lo stato di salute dell’economia nostrana, il mese scorso, ci ha pensato anche il Rapporto sul mercato del lavoro, a cura di Carlo Dell’Aringa, docente di Economia politica all’Università Cattolica di Milano. A fine settembre i dati, impietosi, sono stati presentati al Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Trecento pagine in cui è descritto, per filo e per segno, il declino economico italiano.
I disoccupati di lunga durata sono passati dal 45,7% del 2008, al 51,9% del 2011 (+6,2%) mentre in Germania sono diminuiti, nello stesso periodo, del 4,5% (da 52,5% a 48%). Per risalire alle cause della crisi bisogna andare indietro negli anni. L’ultimo scorcio del ventesimo secolo ha testimoniato l’ascesa degli Stati Uniti informatizzati, con il loro annuo 4,3% contro il misero 2,6% italiano. L’introduzione dell’euro, è stato notato nel rapporto Cnel, ha dato alla nostra economia il colpo di grazia, impedendo ogni forma di svalutazione della moneta, un controllo monetario per agire sull’inflazione ormai impossibile. Pari allo 0,4% è l’incremento annuo della produttività nel nuovo millennio, ci hanno sorpassato Germania (1,8), Francia (2,5), Olanda (2,8) e Regno Unito (3%) e anche la malconcia Spagna con il suo +1,5%.
Analizzando i vari settori della stagnante economia italica, si capisce subito che quello strategico per la ripresa rimane il manifatturiero. Un’ulteriore stagnazione del comparto, potrebbe portare ad uno scenario simile a quello greco. Perché in Italia, sempre secondo il rapporto di Dell’Aringa, si è assistito “a un andamento divergente dei tassi di crescita del costo del lavoro per unità di prodotto”. Nel nostro Paese, il prezzo per la produzione di beni e servizi è cresciuto annualmente del 2,7% fra il 2000 e il 2009, in netto contrasto con l’Eurozona, dove l’incremento nei principali Paesi è restato compreso fra lo 0,2% della Germania e lo 0,6% della Francia. In dieci anni, secondo gli autori del rapporto, “il gap potrebbe allargarsi fino al 20%, difficilmente sostenibile nel medio termine”.
Uscire dalla spirale negativa è difficile. I salari medi, in Italia, sono molto bassi. Il problema è che servono investimenti, ma mancano le risorse. “Senza una svolta dal versante della produttività, potrebbero prevalere pressioni deflazionistiche sui salari e sui redditi interni, assecondate da politiche fiscali di segno restrittivo. Il rischio paventato negli scenari più pessimisti è che tali pressioni risultino di intensità tale da mettere in dubbio la stessa persistenza nella moneta unica”, ha ammonito la ricerca. Quindi, cosa dovrebbe fare l’Italia per rilanciare la sua economia? Praticamente l’opposto di quello che è stato fatto finora. Austerity, pressione fiscale alle stelle, aziende che falliscono e investitori stranieri che scappano dallo Stivale. Aumentare la produttività delle nostre aziende, tra l’altro, era una cosa che la Bce aveva già chiesto all’allora governo Berlusconi, il 5 agosto 2011. Obiettivo difficile da raggiungere, come detto, anche perché è aumentato il costo del lavoro: in Italia è cresciuto di un punto in più rispetto alla Germania (3,1% contro il 2,1%).
Lo scenario è complesso perché aumentano le persone che sono in cerca di un lavoro, spinte dalle crescenti difficoltà economiche, ma diminuiscono i pensionati a causa di una permanenza più lunga degli anziani nel mercato del lavoro per effetto della riforma. Nei prossimi dieci anni l’offerta di lavoro crescerà, come saranno sempre di più i lavoratori immigrati. Ci sarà un aumento adeguato della domanda di lavoro? Sperando di essere in grado di accrescere la qualità del lavoro per renderlo appetibile ad una forza di lavoro anche intellettuale e non solo operaia.
Queste sono le sfide che l’Italia dovrà affrontare e saper vincere. Per rilanciare la propria competitività. Puntando sullo sviluppo per guarire un’economia sofferente. Ma non ancora morente come quella greca.









