La crisi sovrana ha offuscato l’intensificarsi dei lavori della UE sulla nuova Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TFF in italiano e FTT in inglese), culminati al G20 di Cannes in un aperto confronto tra le deduzioni di Gruppi di Lavoro del FMI e quelli dell’Unione Europea. tra le critiche più che giustificate del Segretario al Tesoro Usa Geithner.
Il presidente della Commissione europea Barroso incalza sulla necessità che le banche contribuiscano direttamente ai costi della crisi, preservando da una tassa solo il mercato primario e le transazioni tra Banche Centrali. Ma ciò avviene in un momento nel quale gli operatori sono ancora sgomenti per i colpevoli ritardi sulle direttive “anti speculazione” già sollecitate dal Financial Stability Board relative a: 1) CDS (SNP: ^CDSY - notizie) “nudi”; 2) hedge funds; 3) High Frequency Trading.
Il FMI ha prodotto quest’anno due Working Paper (Matheson WP 11/54 e BrandoloWP 11/185), a cura del Fiscal Affairs Department, sulla praticabilità di questo progetto, dove sono emersi anche i limiti nell’applicazione di una tassa legata al luogo di residenza dell’istituto finanziario, visto il rischio di aumentare il costo del capitale.
Il FMI ha quindi preso in considerazione un Financial Stability Contribution (FSC), teso a recuperare parte del costo di un intervento governativo a supporto del settore (ma il progetto per ora pare accantonato), mentre si delinea un’altra possibilità: una Financial Activities Tax (FAT), una sorta di IVA per le banche, declinata in tre varianti la cui prima (e più accreditata) chiamata FAT1, ricorda la nostrana IRAP.
La UE dal canto suo, a fine settembre, ha pubblicato una bozza di Direttiva per un sistema comune di tassazione sulle transazioni finanziarie che ha preceduto quanto discusso al Congresso USA il 2 novembre all’interno del Wall Street Trading and Speculators Act.
, Fra tutte le “illuminate” interpretazioni sulla possibile tassa, brilla quella della Banca Centrale austriaca, secondo cui una TFF colpirebbe principalmente le transazioni a brevissimo termine con alta leva, quindi quelle degli High Frequency Trader. Mentre gli hedge funds anglosassoni e le Corporates non sarebbero ricompresi. Resta il fatto che in questa fase di mercato, nella quale il market making è guidato principalmente dalle banche sistemiche, dare un ulteriore colpo alla liquidità potrebbe essere deleterio per la stessa liquidabilità degli asset.
Non a caso, per quanto risibile potrà essere l’aliquota della tassa, sono in molti ad osteggiarla (UK, Malta, Olanda e Svezia), rispetto all’asse franco-tedesco e il 65% dei consensi dell’Eurobarometro.
In particolare proprio la Svezia ha avuto un’esperienza bruciante: a fronte dell’introduzione graduale e sistematica di una tassa sulle azioni prima e poi sul mercato obbligazionario tra il 1984 ed il 1989, ci fu una contrazione dei volumi del 50% sulle azioni, dell’85% sul mercato dei bonds e sino al 98% su derivati e opzioni. L’introito fu molto più basso delle aspettative, e costrinse alla drastica abolizione della tassa nel 1990 (quando quasi il 50% dei volumi sul fixed income erano già stati delocalizzati a Londra). Certamente si tratta di un caso isolato storicamente, ma se la tassa fosse solo per i 27 della UE potrebbe capitare qualcosa di analogo.
Non comprendere che il trading on line è diventato linfa vitale per l’efficienza di mercati, già colpiti gravemente da una crisi globale, e stroncarlo a suon di tasse, potrebbe essere un errore fatale.


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