La lingua friulana è sparita per colpa della Spending Review

Non solo tagli ma anche declassamenti linguistici: la spending review non fa sconti e a pagare dazio è anche il friulano, che il provvedimento ha trasformato da lingua a dialetto. Un problema non di piccolo taglio, che tocca direttamente la tutela della lingua e l'assetto delle autonomie scolastiche in Friuli Venezia Giulia.
E che, secondo letture più politiche, scatena di riflesso problemi anche politici, allorché in corsa per la poltrona da governatore nel 2013, quando l’attuale presidente del Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo sloggerà, c’è Debora Serracchiani, pupilla del Pd, secondo molti più vicina alle posizioni governative che a quelle della regione che potrebbe andare a governare. Tondo, che ha incontrato a Roma il ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo lo scorso 28 agosto, ha preannunciato al titolare del dicastero il ricorso alla Corte costituzionale, per respingere la decisione. Anche se i margini di recupero non mancano, avendo promesso Profumo di coinvolgere il ministro per gli Affari regionali Piero Gnudi, per capire come ovviare.

Ma perché tanta furia? Il decreto per il taglio della spesa pubblica declassa la lingua a dialetto, senza guardare in faccia alla legge 482 del 1999 che tutela la lingua e la cultura delle minoranze storiche, tra cui appunto il friulano. Lo status di lingua, e la lotta per difenderlo, non è certo una questione di principio ma vita quotidiana in una terra in cui, come prevedono le norme approvate dal Consiglio regionale nel 2007, “le disposizioni applicabili nel territorio d’insediamento della minoranza linguistica friulana riguardano innanzitutto l’uso della lingua nelle relazioni con gli enti pubblici e i concessionari di pubblici servizi, nell’attività istituzionale, nella comunicazione istituzionale, nei lavori degli organi rappresentativi e nelle insegne degli uffici”. Non mancano anche le disposizioni in merito sulla cartellonistica e sulla denominazione bilingue di comuni, frazioni e località e dei toponimi in genere.  Ma, ancora più importante, perché subisce di riflesso il danno della spending review, è l’impatto in ambito scolastico, laddove si prevede che nelle “scuole d’infanzia e del primo ciclo l’insegnamento della lingua friulana e nella lingua friulana sia inserito nel percorso educativo e che venga svolto per almeno un’ora alla settimana, secondo modalità da concordare con le istituzioni scolastiche”. Ovviamente, i genitori possono decidere di non avvalersi dell’insegnamento della lingua, una volontà che può essere suscettibile di cambiamento all’inizio di ogni anno scolastico.

Se il friulano è uno status, tanto più identitario, è abbastanza logico che la regione ne promuova la valorizzazione grazie anche al sostegno di degli enti che svolgono un’attività istituzionale di promozione e diffusione dell’uso della lingua friulana. E poi, non manca anche il sostegno alle emittenti che utilizzano la lingua, sia radiofoniche che televisive, ai siti e alla pubblicazione. Il business insomma esiste, e Libero complessivamente lo quantificava in 35 milioni di euro.  A vigilare sulla salvaguardia, l’Agenzia regionale per la lingua friulana.

Ma tornando alla spending review, i problemi da risolvere sono decisamente pratici; tra gli altri, la cancellazione di dieci posizioni dirigenziali e l’impossibilità per molti vincitori di concorso da dirigente scolastico di essere nominati. L’approfondimento lo ha chiesto lo stesso ministro anche perché il tempo stringe: le misure entreranno in vigore con l’anno scolastico 2012/13 e quindi a settembre.

La vicenda friulana rischia di far proseliti altrove, come in Sardegna dove il problema delle interpretazioni restrittive sulle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistica si assomma più complessivamente al problema delle autonomie dirigenziali scolastiche. In nome della salvaguardia dello spirito della legge, potrebbero benissimo protestare anche, ma non solo, gli occitani, e non ci sarebbe scandalo: sono anche loro tutelati dalla legge 482 del 1999. Il legislatore nel caso specifico di fatto si pone in conflitto con una legge dello Stato, declassando a dialetti lingue espressioni di minoranze linguistiche, come esplicita la stessa 482/99. E pensare che lo stesso articolo 6 della Costituzione tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.


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