È una di quelle idee che viene introdotta a poco a poco nel dibattito pubblico per abituare la gente ad accettarla. Scattano le polemiche (previste e funzionali), l'idea si accantona, poi dopo un certo periodo (sempre più breve) in cui la si è lasciata sedimentare nelle coscienze, la si ritira fuori, magari la si accorpa a qualche altra idea simile, e a poco a poco diventa una cosa possibile, anzi forse già inserita in un prossimo decreto che dovrebbe salvare l'Italia. Questa volta è il turno della proposta del sottosegretario all'Economia Gianfranco Polillo: rinunciare a una settimana di ferie all'anno per lavorare di più (con lo stesso stipendio, ovviamente, visto che le ferie sottratte sarebbero state pagate), cosa che dovrebbe aumentare la produttività e far uscire magicamente dalla crisi. Oggi quest'idea va di pari passo con quella (anch'essa già introdotta in passato, all'epoca del governo Berlusconi) di accorpare le festività come il 25 aprile e il primo maggio alla domenica successiva (una proposta che porta con sé anche un pesante significato simbolico).
Il ragionamento di Polillo appare alquanto confuso e lacunoso, infatti il sottosegretario dice che non possiamo permetterci il tenore di vita che abbiamo e quindi dobbiamo ridurlo e lavorare di più, per produrre maggiormente qualcosa che non si capisce poi bene chi dovrebbe consumare (forse solo quei ceti che sulla crisi in atto si stanno arricchendo ulteriormente, visto che i consumi della classe media stanno colando a picco). Infatti non sarà certo il reddito delle persone ad aumentare, anzi questo viene sempre più eroso dall'innalzamento della pressione fiscale imposto dallo stesso governo di cui Polillo fa parte e dalla disoccupazione galoppante a cui nessuna delle misure fin qui introdotta è riuscita a porre un freno.
Viene anche da chiedersi dove viva il sottosegretario all'Economia per non accorgersi che le aziende stanno chiudendo (ne falliscono 35 al giorno dall'inizio dell'anno, 6.321 in totale) e uno dei motivi è proprio la difficoltà di vendere sul mercato i propri prodotti. Sarebbe poi anche interessante avere dei dati sull'impatto che una settimana in meno di ferie per gli italiani avrebbe sull'industria del turismo, quella legata al tempo libero e tutto il loro indotto, settori già pesantemente colpiti in questi ultimi anni. E questo restando solo sui numeri, senza prendere in considerazione (come mai sembrano fare i "tecnici" a cui si è deciso di affidare le sorti del nostro paese) i fattori di tipo più sociale e umano, come il benessere per dirne uno, che, oltre a essere un valore in se stessi, vanno poi a influire anche sui freddi numeri in termini, ad esempio, di consumi di beni e servizi. Cosa quest'ultima che troppo spesso i modelli esclusivamente matematici (propinati ai cittadini come se fossero formule magiche) si dimenticano di considerare.
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D'altronde non vengono citati esempi concreti a supporto del funzionamento di questa proposta, che non sia il semplice e cieco calcolo economico-matematico: più ore di lavoro = aumento del PIL. E non potrebbero essercene, perché anzi, l'esperienza insegna il contrario. Lo dimostra uno studio che esce nientemeno che dalla Bocconi (tempio italiano del liberismo e punto di riferimento culturale di questo stesso governo per ovvie ragioni di contiguità) ad opera di Tito Boeri e Herbert Bruecker, che mostra come in tempo di crisi (come quello attuale) siano invece benefici e opportuni programmi temporanei di lavoro a orario ridotto (ovviamente organizzati e impostati in modo corretto, in base alle variabili presenti in ogni diversa società) per far scendere il tasso di disoccupazione nonostante la riduzione della produzione. L'esempio concreto nella realtà del funzionamento di questo modello si ha nella Germania.
Va infine ricordato che la proposta di Polillo è riuscita a collezionare il parere contrario sia dei partiti politici, sia dei sindacati, sia di Confindustria. Resta quindi da capire perché dovrebbe essere una misura da prendere seriamente in considerazione al posto, per fare il primo esempio che mi viene in mente, di una riduzione della tassazione sul lavoro, che avrebbe effetti benefici per imprese e lavoratori e, a fronte di un calo delle entrate immediate per lo stato in termini di imposte, porterebbe con ogni probabilità a un rilancio dei consumi e dell'economia in generale (e quindi, indirettamente, a entrate nelle casse pubbliche in un secondo tempo e per altre vie). Ma sembra che la spesa pubblica sia oggi un tabù, il mostro da combattere senza poter fare distinzioni tra i tanti sprechi effettivi (che non sono quelli individuati dalla spending review o, nei casi migliori, lo sono solo in parte) e il giusto sostegno all'economia e ai cittadini.
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