Norvegia, quando 143mila euro l'anno sono troppo pochi

Quasi 143mila euro all’anno di stipendio possono anche non bastare. Anzi, diventano il motivo per scioperare e chiedere un aumento. In Norvegia i lavoratori del settore petrolifero guadagnano questa cifra, media all’anno (in Inghilterra un impiegato analogo vale 74mila euro), ma da mesi sono in vertenza per ottenere un salario migliore. Lo scorso luglio, dopo tre settimane di sciopero che ha messo in ginocchio l’economia del Paese, il governo è stato costretto ad intervenire per interromperlo.

Sembra quasi impossibile. Incrociare le braccia per un aumento. In tempi di crisi, già suonerebbe strano. Ma se si portano a casa quasi 150mila euro all’anno, pare quasi un insulto. Non in Norvegia, dove la crisi, diciamolo subito, non c’è mai stata. La moneta è forte, l’economia è sana, il Pil è in crescita e i conti dello Stato non conoscono la parola debito. Nel secondo quarto del 2012, l’economia del paese scandinavo è cresciuta del 5% su base annua. I conti pubblici vantano la bellezza di 600 miliardi di dollari (120mila dollari per cittadino, poco più di 95mila e 500 euro a testa) derivati da petrolio e ammassati in un fondo sovrano. I lavoratori arrivano a frotte e il settore – che vale un quinto del Pil - è in grado di accoglierli quasi tutti.

La Norvegia è il secondo fornitore di gas europeo dopo la Russia e l’ottavo esportatore mondiale di petrolio. Il boom dell’oro nero ha, profondamente, trasformato la fisionomia sociale della nazione. Alcuni paesini di pescatori si sono trasformati in ricche città dal costo della vita paragonabile a quello di Zurigo o Tokyo. Uno dei posti più costosi dove fare affari, in Europa. La forte dipendenza dell’economia norvegese dall’industria petrolifera, ha sì creato una ricchezza invidiabile nelle casse statali, ma ha anche fatto lievitare il costo medio del lavoro che si aggira attorno ai 57,50 dollari all’ora: il 31% in più della Germania, oltre al 65% in più rispetto agli Usa. Una fortuna per chi lavora nel settore, ma una disparità di trattamento che comincia a creare qualche problema alle altre fasce della popolazione. “Una delle sfide più grandi per me è quella di trattenere in questa città chi non lavora nel settore petrolifero”, ha detto a Bloomberg Businessweek, Stavanger Christine Sagen Helgoe, sindaco della città di Stavanger. Una graziosa cittadina nella contea di Rogaland, nella zona occidentale del Paese, dove hanno sede la gran parte delle industrie petrolifere del Paese, tra cui la statale Statoil, oltre al museo norvegese del petrolio. Qui i prezzi delle case sono aumentati, triplicati, dal 2000 ad oggi, arrivando a 40mila corone (più o meno 6mila e cinquecento dollari) al metro quadrato. La città è la quinta più costosa al mondo, battendo alla grande Ginevra e Zurigo, secondo i dati dello scorso marzo della International Living. Ormai molti insegnanti, infermieri, funzionari del Comune non possono più permettersi una casa da queste parti e sono costretti a trasferirsi altrove, con i disagi del caso per i servizi cittadini.

La capacità estrattiva norvegese (e in parte svedese) nel Mare del Nord non sembra messa in discussione. Dal 2010, infatti, la Statoil e la svedese Lundin Petroleum hanno rivalutato i giacimenti presenti sottacqua e, nonostante un calo del 50% della produzione negli ultimi dieci anni, pare che la fine, inevitabile, dell’era del petrolio sia ancora molto lontana. L’oro nero, insieme al gas, ha fatto aumentare, in media, del 2,6% il Pil negli ultimi dieci anni, contro una media europea dell’1,1%. Il petrolio, però, potrebbe rivelarsi una bomba capace di surriscaldare l’economia scandinava nei prossimi anni.

Una sorta di crisi al contrario. Ricchezza, disoccupazione che non supera il 3%, assistenza sanitaria e istruzione garantita gratuitamente a tutti i cittadini. Ma non è tutto oro (anche se nero) quello che luccica. Se la ricchezza petrolifera della Norvegia ha contribuito a creare un fondo sovrano da 640 miliardi di dollari, è anche vero che il costo del lavoro ha sfondato, come detto, la soglia dei 57 dollari all’ora. Ed è destinato ad aumentare per le continue proteste dei lavoratori che, tra l’altro, oltre ad un salario più alto, chiedono anche di rivedere l’età pensionabile, oggi fissata a 62 anni per gli impiegati del settore offshore. Con la conseguente – e proprio qui sta il punto della questione - perdita di competitività rispetto agli altri Paesi del boom estrattivo. In Australia, ad esempio, gli stipendi stanno rapidamente raggiungendo gli stessi livelli scandinavi e il governo di Oslo per evitare trasferimenti dei lavoratori norvegesi all’estero, sarà sempre più disponibile ad accontentare le richieste economiche.

Paradossalmente questo farà del male all’economia della Norvegia in termini di competitività. Stesso lavoro, ma pagato più caro. Ryan Lance, amministratore delegato delle raffinerie ConocoPhillips, al termine dello sciopero della scorsa estate aveva commentato: “Quello che sta accadendo rende il Paese meno competitivo di come era una settimana, due settimane o un mese fa in termini di investimento. E’ sempre un Paese attraente, ma lo diviene sempre meno”.

Battaglia nell'Artico, nuovo blitz di Greenpeace contro Gazprom Milano, (TMNews) - Battaglia nell'Artico fra Greenpeace e la Gazprom. Un gommone di attivisti si è ormeggiato all'ancora della nave che stava portando un gruppo di lavoratori sulla piattaforma petrolifera russa. E' il secondo blitz dell'associazione ambientalista nel giro di pochi giorni per chiedere alla Russia di fermare il progetto di trivellazioni nel mar Artico. Nel precedente tentativo di interrompere le operazioni gli attivisti si sono appesi alla piattaforma petrolifera dove sono rimasti per 15 ore, finché il lancio di pezzi di metallo e getti d'acqua non li ha fatti desistere. La piattaforma dovrebbe cominciare dal prossimo anno ad estrarre fino a sette milioni di tonnellate di petrolio l'anno nel primo campo situato nel fragile ecosistema artico. Gazprom ha in programma di estrarre e processare il petrolio prima di imbarcarlo su petroliere, tutte operazioni mai svolte in un clima così inospitale.

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