Olimpiadi: Londra punta sul telelavoro per ridurre il traffico. In Italia si potrebbe?

La città di Londra è in questi giorni alle prese con le Olimpiadi. Tra le molte misure adottate per l'organizzazione di un evento così impegnativo, ce n'è anche una che riguarda le modalità di lavoro dei londinesi e ha come obiettivo quello di alleggerire il carico dei mezzi pubblici e ridurre il traffico interno per evitare che vada in tilt. Dal 21 luglio al 9 settembre (data di chiusura delle Paralimpiadi) i dipendenti pubblici potranno infatti lavorare da casa con il sistema del telelavoro e il 50% delle aziende private si è dichiarata disposta a concedere ai propri impiegati una maggiore flessibilità.

"Una decisione che avrà ricadute positive sulla vivibilità della città e che farà scoprire a tanti londinesi un sistema con cui i dipendenti possono conciliare famiglia e lavoro mentre le aziende risparmiano, senza perdere in produttività" dichiara Linda Gilli, amministratore delegato di Inaz, società italiana che si occupa di software e servizi per l’amministrazione e la gestione delle risorse umane.

Ma in Italia il telelavoro stenta ad affermarsi, nonostante il nostro sia stato il quinto paese a recepire l'accordo quadro europeo del 16 luglio 2002 con l'accordo interconfederale del 9 giugno 2004. Una ricerca Isfol Plus del 2008 ha rilevato che le aziende che lo prevedono sono il 4,3%, per un totale di 770mila dipendenti potenzialmente interessati, ma sono solo 55mila quelli che adottano effettivamente questo sistema. E questo nonostante sia presente anche da noi la tecnologia per poter costruire un rapporto di lavoro di questo tipo efficace e proficuo sia per il datore di lavoro (in termini soprattutto di risparmio sul costo di gestione delle sedi) che per il lavoratore (che potrebbe gestirsi il lavoro in modo più flessibile e maggiormente in linea con gli orari suoi e della sua famiglia), con effetti positivi a livello sociale anche su traffico, trasporti e inquinamento. E nonostante la Legge di Stabilità 2012 preveda misure per incentivarlo (articolo 22 comma 5), anche per favorire l'inserimento di lavoratori disabili.

Sempre secondo Linda Gilli, quello che maggiormente frena da noi il diffondersi del telelavoro è la mancanza di fiducia tra lavoratore e azienda: "Molti datori di lavoro non riescono a fare a meno della presenza in ufficio e della timbratura del cartellino per controllare il dipendente". Ma il telelavoro non elimina il necessario confronto faccia a faccia, indispensabile in ogni rapporto umano e quindi anche in quello professionale. Anche quando si lavora a distanza è infatti necessario programmare in modo preciso e costante incontri diretti in sede per organizzare il lavoro, condividere strategie e prendere decisioni. C'è poi anche una motivazione culturale, continua Linda Gilli: "Orari, servizi e stili di vita nella nostra società sono ancora, in larga parte, pensati come se ogni lavoratore a tempo pieno avesse al proprio fianco qualcuno che contemporaneamente si occupasse di casa e famiglia. Una cosa completamente al di fuori della realtà".
C'è poi da dire che il nostro sistema economico, in cui molta importanza hanno il manufatturiero e la rete di imprese piccole e medie, si presta meno di altri alla diffusione del lavoro "da casa".
"Il telelavoratore", spiega Stefano Fabiano, responsabile del Centro Studi e Formazione di Inaz: "ha le stesse garanzie e gli stessi diritti che spettano a chi lavora nella sede aziendale per quanto riguarda retribuzione, carriera, carichi di lavoro, formazione, salute e sicurezza professionale".

Il contratto di telelavoro si fonda su un accordo volontario tra lavoratore e impresa e può anche nascere dalla trasformazione di un precedente contratto tradizionale, se una delle parti lo richiede e l'altra accetta.
Il telelavoro è sicuramente una forma di collaborazione che porta con sé dei vantaggi, ma anche qualche rischio. Per fare alcuni esempi, richiede comunque una certa responsabilizzazione del lavoratore e, se non gestito in modo corretto, può trasformarsi in un'arma a doppio taglio perché non permette di separare nettamente il momento lavorativo dalla vita privata. Inoltre, per sua stessa natura riduce drasticamente l'aspetto sociale legato al lavoro (che non può essere del tutto sostituito dai mezzi di comunicazione, per quanto sofisticati essi siano) ed è quindi anche in quest'ottica che devono essere pianificate con cura le riunioni in sede faccia a faccia, per evitare che si possano verificare fenomeni di isolamento del lavoratore. Chissà che l'esperienza "a tempo" londinese non aiuti a conoscerne meglio gli aspetti.

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