Cala lo spread e crescono i titoli bancari. Piazza Affari ha aperto la settimana all’insegna dell’ottimismo, accelera (Ftse Mib +0,95%) insieme alle sue banche. Unicredit guadagna l’1,22%, Intesa Sanpaolo l’1,03%, Monte dei Paschi Siena l’1,64% e Bpm il 2,02 per cento. Lo spread tra Btp e Bund tedesco si attesta attorno ai 350 punti base col tasso decennale al 4,95%. Il differenziale della Spagna è in rialzo a 421 punti base col rendimento dei Bonos in crescita al 5,68%.
La buona performance sui mercati dei bancari non sorprende se si considera che gli istituti di credito italiani sono imbottiti di titoli di stato nostrani. Solo il 30% del debito italiano è in mano estera. Tutto il resto se lo sono comprato le banche del nostro Paese perché l’appeal dei titoli di Stato italiani non è mai stato così basso fuori dallo Stivale. Una ricerca di Morgan Stanley ha sottolineato una tendenza che va avanti ormai da mesi. Su 1.648 miliardi di euro che costituiscono i bond circolanti, solo 492 sono detenuti da stranieri. La fetta più grande della torta (1.046 miliardi di euro, il 63% del totale) è nelle casse italiane. E della Bce che possiede 110 miliardi di euro, il 7% del circolante, in obbligazioni italiane. Con la possibilità che la quota aumenti ulteriormente, nel caso in cui l’Eurotower decidesse di agire anche sul mercato secondario.
Un legame stretto quello che si è creato tra banche e debito pubblico italiano. A fine 2011 il debito in mani straniere era il 38 per cento. Ma il dato è in calo. Secondo i calcoli di Morgan Stanley, la quota è scesa già al 30% la scorsa estate. Poco più di 492 miliardi di euro nel portafoglio di banche ed istituzioni estere, il resto rimane nel Belpaese. Conti alla mano, le banche italiane detengono 336 miliardi di euro di debito pubblico. Non è un’enormità, certo, se si compara con il totale del circolante. Ma c’è stato un aumento significativo, dal 45% del debito pubblico italiano presente sui mercati finanziari che era delle banche, ora siamo a circa il 63 per cento. E non sono in programma grandi investimenti stranieri da qui a fine anno.
Insomma i mercati obbligazionari si sono nazionalizzati. E non è neanche una novità. Il merito è della Banca centrale europea che con il suo intervento ha permesso a Paesi in difficoltà, come Italia o Spagna, di avere la liquidità necessaria per operare sui mercati. Come? Con le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Lon-term refinancing operation, Ltro) di dicembre e febbraio. Si sono aperte linee di credito triennali per circa mille miliardi di euro, con le quali le banche italiane hanno potuto partecipare alle aste per il collocamento del debito pubblico. Un meccanismo che ha contribuito ad abbassare i rendimenti dei bond in emissione.
I Btp a dieci anni hanno fatto registrare un significativo calo del tasso di interesse (dal 7,16% di gennaio al 4,81 di marzo). La Bce ha prestato denaro alle banche europee, quindi anche quelle italiane, ad un tasso molto basso (0,75%), l’ultimo taglio a luglio, al quale, però, non sono seguiti gli adeguamenti sui tassi retail dei Paesi periferici. A causa, principalmente, proprio della grande quantità di titoli governativi italiani nelle tasche delle banche nostrane. Più gli istituti di credito comprano Btp e Bot, più questi vanno sotto pressione con tutte le conseguenze del caso.
D’altra parte l’Italia nei mesi scorsi non poteva correre il rischio di scendere sui mercati e non trovare compratori. E se è vero che quelli stranieri snobbano sempre di più i bond tricolori, a dare sollievo al debito ci hanno pensato gli istituti di credito con i soldi della Bce. In attesa che i Btp italici tornino appetibili anche all’estero. E la diminuzione dello spread potrebbe essere un buon inizio.









