Nessun accordo sul fiscal cliff. Non c’è stato alcun voto per il “piano B” dello speaker della Camera repubblicana, John Boehner. Tutto saltato perché mancavano i voti necessari. Il “piano B” di Boehner prevedeva un aumento delle tasse solo per chi guadagna oltre un milione di dollari. “Ora sta al presidente Barack Obama lavorare con il leader della maggioranza in Senato Harry Reid a una norma che eviti il fiscal cliff”, ha detto Boehner.
Un passo falso quello dello speaker della Camera che sottolinea le tensioni che esistono all’interno del partito. Si tratta, in verità, già del secondo fallimento di Boehner dopo che, nel 2011, durante le trattative sull’aumento del tetto del debito, il suo stesso partito, ostaggio dei Tea Party, gli aveva fatto mancare l’appoggio necessario. Questa volta lo speaker repubblicano, il principale interlocutore della Casa Bianca nelle trattative per evitare il fiscal cliff, stecca senza riuscire a richiamare all’ordine e controllare i suoi colleghi di partito.
Lo stesso Obama ha dichiarato come “esistono dei problemi tra Boehner e i repubblicani della Camera”, ma si dice pronto a lavorare con il Congresso: “Abbiamo fiducia nel fatto che saremo in grado di trovare una soluzione bipartisan rapidamente (rimangono poco più di 10 giorni utili, ndr) che tuteli la classe media e l’economia”. La priorità – sempre secondo la Casa Bianca – è quella di evitare un aumento delle tasse per il 98% degli americani e per il 97% delle piccole e media imprese. Se non si dovesse raggiungere un accordo entro la fine dell’anno, dal primo gennaio gli americani si troveranno a far fronte ad aliquote più alte, in media, di 2mila e 200 dollari l’anno.
Le difficoltà sono anche legate alle Feste. I lavori si fermeranno per la pausa natalizia e il tempo utile per trovare una soluzione diminuisce. Questo fine settimana potrebbe essere cruciale per vedere se c’è spazio per un compromesso. La Casa Bianca vuole un’intesa e si dice ottimista e pronta a trattare: l’ultima proposta presentata da Obama è modificabile, come ha confermato Jay Carny, il portavoce della Casa Bianca, anche se non ci sono molti spazi di manovra perché Obama ha già assecondato, per metà, le richieste repubblicane.
E il mancato accordo sul baratro fiscale americano preoccupa i mercati europei. A Milano Piazza Affari, nell’ultima seduta di Natale, cede lo 0,7% come Londra, mentre Francoforte arretra dello 0,4% e Parigi dello 0,3%. Spread in leggera salita: il differenziale di rendimento tra Btp e Bund decennali si porta a 305 punti base rispetto ai 299 punti della chiusura di giovedì. Sul fronte valutario, l’euro è in lieve calo a 1,3210 dollari da quota 1,3244 segnata nella giornata precedente dopo la chiusura di Wall Street. Sul fronte macroeconomico, la fiducia dei consumatori tedeschi è stimata in contrazione a gennaio. L’indice Dfk scivola a 5,6 punti, dai 5,9 punti, a causa del deterioramento delle aspettative. Meglio in Francia, l’indice sulla fiducia delle imprese è salito a 89 punti in dicembre dagli 88 di novembre.
Sul fronte asiatico, seconda chiusura negativa di fila alla Borsa di Tokyo. Tutti i guadagni della giornata sono stati bruciati nelle ultime ore di contrattazioni, quando le notizie del perdurante braccio di ferro sul fiscal cliff negli Usa hanno innervosito gli investitori nipponici, spingendoli a vendere. Al termine delle contrattazioni l’indice Nikkei dei 225 titoli-guida è arretrato così al di sotto della soglia psicologica dei 10mila punti, superata appena qualche giorno fa, cedendone 99,27 pari allo 0,99% per finire a quota 9.940,06. E anche il petrolio è in calo sui mercati asiatici, la qualità Wti cede 70 cent a 89,43 dollari mentre il Brent perde 45 cent a 109,75 dollari. Evitare il fiscal cliff, entro la fine dell’anno, diventa importante anche per spazzare via la sfiducia dai mercati. Oltre che per non ammazzare l’economia a stelle e strisce.









