“E' vero: ora con il fax e il computer in salotto tutti gli sforzi che avevo fatto per arredare casa sono andati a pallino, ma ne vale la pena”. Rossella ha 40 anni e abita in un piccolo paese alle porte di Milano. Da anni fa la grafica e da qualche mese ha avuto dalla sua azienda la possibilità di lavorare da casa.
“La mia vita è cambiata: posso passare più tempo con i miei figli, cucinare, gestire la casa. E soprattutto non butto via ore e soldi in coda con altre centinaia di pendolari come me. Ho chiesto io ai miei capi di poter provare con il telelavoro: mi sono accorta che buona parte del mio stipendio se ne andava in benzina, parcheggio e baby sitter. L’ho proposto ai dirigenti dell’azienda per cui lavoro che, sulle prime, hanno mostrato qualche resistenza, ma poi si sono convinti a lasciarmi provare”.
Lavorare da casa è parsa la soluzione: l’uovo di Colombo ai tempi di Internet, della banda larga e delle webcam. In realtà, la sua è una soluzione che stenta ad attecchire, almeno in Italia. Da un recente sondaggio Ipsos-Reuters risulta che mentre nei paesi emergenti un lavoratore su cinque telelavora frequentemente e uno su dieci lavora da casa tutti i giorni, ben diverso è il quadro che emerge dai paesi di antica industrializzazione: in base al sondaggio, in Germania, Francia, Svezia, Canada, Italia e Ungheria è sotto il 10%.
Tra le posizioni più richieste per il telelavoro ci sono quello di operatore di call center o segretaria virtuale, oltre che quello di web moderator. “Il problema, almeno sulla base della mia impressione è soprattutto di tipo culturale - spiega Alessandro Reati, Head of HR & Management Development di Cegos Italia - come se i datori di lavoro temessero che non avendo fisicamente in sede il loro dipendente non avessero modo di verificare la costanza e l’efficacia del suo lavoro. Ma il problema, per certi aspetti, è stato superato: esistono molteplici forme di lavoro ‘esterno’ che hanno preso piede e continuano a farlo, penso al lavoro di gran parte dei commerciali, o a quello dei sempre più numerosi lavoratori a partita Iva".
"Per certi aspetti - conclude Reati - si è arrivati al paradosso che benché il telelavoro non abbia mai davvero preso piede in Italia, oggi chiunque abbia un computer in borsa possa ‘telelavorare’”. In Italia la legge norma ampiamente questo tipo di lavoro: da un lato (partendo dal presupposto che la decisione di esternalizzare sia stata comune) impone al datore di lavoro i costi di fornitura, installazione, manutenzione e riparazione degli strumenti informatici della postazione e di provvedere a che non vi siano condizioni di isolamento del lavoratore; al lavoratore, dal canto opposto, la legge richiede di aver cura degli strumenti di lavoro e di informare tempestivamente l'azienda in caso di guasti o malfunzionamenti delle attrezzature, vieta di raccogliere o diffondere materiale illegale via Internet e di affrontare e svolgere carichi di lavoro equivalenti a quelli dei prestatori presenti nei locali dell'azienda.


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