La Troika impone nuove misure alla Grecia, è la strada giusta per combattere la crisi?

Settimana lavorativa di 6 giorni con un periodo di riposo minimo di sole 11 ore tra un turno e l'altro, dimezzamento della liquidazione se si dispone di una seconda pensione, licenziamenti più facili (e in questo senso il passaggio dagli attuali 4-6 mesi di preavviso al lavoratore a 2-3), rimozione delle restrizioni che impediscono il trasferimento dal turno di giorno a quello di notte. Sono alcune delle misure aggiuntive che la Troika (UE-BCE-FMI) avrebbe chiesto alla Grecia, in un'email inviata al Ministero delle Finanze, prima di ottenere la prossima tranche di aiuti. Lo rivela il quotidiano Athens News.

Insomma, com'era facile prevedere, si continua sulla strada ottusa e cieca delle ricette neoliberiste da infliggere a un paese già in ginocchio (disoccupazione al 23,1% a maggio scorso, con stime per il prossimo anno che vanno dal 28 a al 29%, crollo atteso del PIL del 7% per il 2012), imposte dall'esterno con totale indifferenza rispetto alle vite e alle esigenze dei cittadini, non si capisce se in virtù dell'ideologia o per qualche fine particolare (o per entrambe le cose insieme). Fine che non può essere il rilancio dell'economia, perché, per dirne una, non si vede il nesso di questa con la facilità di licenziare o con l'aumento indiscriminato delle ore di lavoro se queste vanno semplicemente a produrre beni che nessuno ha più i soldi per comprare, visto che i consumi crollano. La distruzione economica e sociale che si sta perpetrando in Grecia ha dei costi umani intollerabili e non resta che chiedersi quando la situazione raggiungerà il colmo ed esploderà. Ma è ovvio che la questione non riguarda solo la Grecia, che sembra quasi sacrificata al ruolo di spauracchio per poi imporre misure simili - magari appena un po' ammorbidite - anche in altri paesi più grandi (Italia e Spagna in testa). Bisogna fare in fretta, viene sollecitato da ogni parte, se no faremo la fine della Grecia! Che è un po' come dire a un bambino di andare a dormire subito, se no arriva l'uomo nero. E magari, mentre dorme, rubargli tutti i giocattoli.

Le ricette neoliberiste per il risanamento degli stati ad opera del FMI, d'altronde, sono sempre state le stesse (e hanno sempre fallito dal punto di vista delle nazioni vittime, creando povertà e miseria per larghe fette di popolazione), ma un tempo colpivano prevalentemente i Paesi del Terzo Mondo, in Asia o in Africa, lontani da noi e poco presenti nei telegiornali (e poi, alle brutte, si poteva sempre organizzare una manifestazione di beneficenza per mettere a posto le coscienze). Invece, adesso che l'obiettivo sono diventati alcuni stati dell'Unione Europea, l'iniquità e il peso di queste misure appare più pesante e sempre più vicino alle nostre case.
La questione è molto profonda e non riguarda solo l'economia, ma la visione del mondo che l'Europa vuole avere, il concetto stesso di democrazia e di Stato. È giusto che tecnocrati ideologicizzati in senso neoliberista, spesso contigui agli attori che hanno scatenato la crisi (e che in molti casi stanno continuando a specularci sopra), non votati da nessuno e non soggetti ad alcun controllo democratico impongano dall'alto dei loro scranni la loro idea di società a uno stato sovrano? E che non sia ammesso alcun margine di discussione come se le loro ricette (che in realtà si sono già dimostrate sbagliate) fossero il Verbo?

Rispondere a questa domanda è decisivo per decidere in che tipo di mondo vogliamo continuare a vivere e quali devono essere le priorità. Perché economia e finanza sono fatti umani, decisi da uomini, non sono terremoti, né uragani, né epidemie per le quali può esistere un'unica cura. Si possono cambiare, governare, mettere in discussione, adattare e modificare in corso d'opera ed esistono svariati modi per farlo, modelli e teorie di riferimento diversi ai quali poter attingere. Chi dice il contrario mente, per interesse o per ingenuità.

Disoccupazione da record, in Italia ma anche nell'EurozonaMilano (TMNews) - Continua drammaticamente a crescere la disoccupazione in Italia: i dati Istat confermano che a luglio si è raggiunto il 10,7% dei senza lavoro, con un incremento di 2,5 punti percentuali rispetto a un anno fa, per quanto riguarda i dati grezzi. Nel complesso i disoccupati sono 2 milioni 700mila, mentre le persone in cerca di occupazione sono cresciute del 33,6%, di quasi 700mila unità. A pagare il prezzo più alto ancora una volta i giovani: i senza lavoro tra i 15 e i 24 anni a luglio sono il 35,3%, in aumento di 1,3 punti percentuali rispetto a giugno e di 7,4 punti su base annua. La crisi non è solo italiana: i dati Eurostat infatti certificano che nell'Eurozona si è raggiunto un tasso di disoccupazione dell'11,3%, il livello massimo dalla nascita della moneta unica. Anche a livello continentale i giovani sono la fascia più debole, sebbene le percentuali siano sensibilmente più basse rispetto a quelle italiane: nell'Eurozona è senza lavoro il 22,6% dei giovani. Drammatiche le situazioni di Spagna e Grecia: qui è disoccupata oltre la metà degli under 25.

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