Dietro la Notizia

Così il debito pubblico finisce ko

Un moloch che a novembre ha toccato quota 2.020,7 miliardi di euro, quasi il 30% in più della ricchezza prodotta ogni anno in Italia. A tanto ammonta il debito pubblico accumulato dal nostro Paese, che costringe ogni anno lo Stato (cioè i cittadini) a sborsare interessi per 80 miliardi, più o meno il valore delle manovre economiche di tagli e nuove tasse approvati nell’ultimo biennio dai Governi Monti e Berlusconi. Così cresce la consapevolezza che, dopo le elezioni, occorrerà affrontare di petto il problema per risolvere una volta per tutte un problema che rischia di zavorrare l’economia per decenni e di mettere a repentaglio il Paese in caso di nuove crisi finanziarie.

Una spirale negativa senza fine

Del resto, anche se le misure urgenti approvate nell’ultimo anno sono servite a rimettere a grandi linee in equilibrio il deficit (differenza tra entrate e uscite nell’arco di un anno solare), questo non è bastato a far uscire il Paese dalla recessione. Anzi, il combinato disposto di tagli alla spesa pubblica e nuove tasse ha aggravato la soluzione: quest’anno il Prodotto interno lordo dovrebbe calare di un altro 1% (dopo il -2,4% del 2012), quindi verranno versate meno tasse e potrebbe essere necessaria l’ennesima manovra economica.

Verso un fondo patrimoniale

Un gruppo di economisti e il gruppo editoriale Class hanno messo a punto una proposta che prevede il conferimento di tutto il patrimonio disponibile dello Stato (stimato in non meno di 300 miliardi di euro, considerando anche le azioni di imprese pubbliche detenute dal Tesoro) in un unico “Fondo patrimoniale degli Italiani”, le cui quote verrebbero acquisite dalle famiglie attraverso un obbligo di investimento proporzionale alle ricchezze detenute. Gli italiani diventerebbero così proprietari di quote di un fondo comune di investimento creato con l’obiettivo di rivalutarsi, mentre lo Stato potrebbe da subito dare una sforbiciata del 15% al rapporto debito/Pil. I minori interessi da pagare potrebbero essere riversati nell’economia tramite il taglio delle tasse, lo sblocco dei pagamenti arretrati e/o maggiori servizi, dando così un immediato sollievo all’economia. Al tempo stesso il nostro Paese non sarebbe più tra i più pericolanti sul fronte della tenuta dei conti, ponendosi così al riparo in caso di nuovi schock finanziari. La proposta è stata accolta positivamente dagli altri analisti per quanto concerne i benefici stimati, ma resta da capire come rendere accettabile per i risparmiatori italiani un investimento forzoso.

Patrimonio dello Stato vendesi

I professori Paola Savona e Antonio Maria Rinaldi propongono un’alienazione straordinaria di patrimonio pubblico per una somma stimata in circa 400 miliardi di euro, pari al 20% della ricchezza prodotta ogni anno in Italia. Di immobili pubblici non utilizzati, ce ne sono a migliaia in giro per l’Italia (si pensi solo alle caserme abbandonate dopo la fine del servizio di leva obbligatorio), e spesso si trovano in quartieri centrali, ma i progetti di dismissione fin qui attuati non hanno dato i risultati previsti, sia per il calo delle quotazioni imposto dalla crisi, sia perché queste strutture hanno spesso bisogno di essere ristrutturate prima di finire sul mercato ed essere adeguatamente valorizzate. Ma ristrutturarle significa spendere e di denaro pubblico non ne gira molto di questi tempi. Una versione soft di questo intervento, con vendite di immobili pubblici per 5-10 miliardi di euro all’anno, è stata messa a punto anche dal ministro dell’Economia Vittorio Grillo, ma senza mai passare alla fase attuativa.

Le dismissioni azionarie

Una variante di questa misura, caldeggiata da alcuni tecnici dei ministeri economici, prevede la messa sul mercato di alcune partecipazioni azionarie di grandi aziende ancora in mano al Tesoro. Si ricaverebbero subito soldi freschi, senza attendere le lungaggini tipiche delle dismissioni immobiliari, ma non mancherebbero i problemi: da un lato la necessità di accettare valori più contenuti rispetto alla media storica, considerato che le quotazioni non si sono ancora del tutto riprese dallo shock della crisi finanziaria; in secondo luogo lo Stato dovrebbe rinunciare al presidio di nodi strategici come Eni, Finmeccanica ed Enel.

Si riaffaccia l’ipotesi patrimoniale

L’idea di introdurre una patrimoniale si è riaffacciata nel pieno della campagna elettorale, ma con diverse sfumature. Alcuni come l’economista Mario Sarcinelli pensano a una misura una tantum posta a carico dei detentori di grandi ricchezze (anche se con pagamento spalmato in tre anni) che porti nelle casse dello Stato tra i 300 e i 500 miliardi. Altri, invece, propendono per un’imposizione più soft, ma da riscuotere ogni anno: in questo modo il beneficio per i conti dello Stato sarebbe limitato a 30-40 miliardi annui, ma con la prospettiva nel lungo termine di portare più soldi. Al di là dell’opposizione da parte dei liberisti e dei partiti di centrodestra, questa misura va incontro a un rischio: che i super-ricchi tornino a portare i propri capitali all’estero per sfuggire all’imposta.

Alla fine è probabile che si seguirà questa strada, anche se la struttura dell’intervento e i suoi benefici restano ancora da definire.



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