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Eurozona sotto attacco: chi ci guadagna?

Luigi dell’Olio

La mai doma speculazione internazionale, gli strategist di molte banche d'affari americane, ma anche gli "amici" dei Paesi forti. Con l'Eurozona tornata sotto attacco sui mercati internazionali, ecco chi ci guadagna dalla prolungata instabilità e come sconfiggerlo.

Nuove tensioni

Il primo scorcio di 2012 aveva fatto dire a molti economisti che la fase acuta della crisi era ormai alle spalle. Salvata la Grecia, l'Europa si stava incamminando sulla strada della normalizzazione e anche le tensioni inflazionistiche nei Paesi emergenti sembravano sotto controllo. Uno scenario stravolto nelle ultime settimane, con i mercati azionari tornate sulle montagne russe, lo spread tra bund decennale e analoghe scadenze dei titoli italiani e spagnoli tornato oltre quota 400 basis point e nuove voci di default per gli Stati periferici dell'area euro. Due gli indiziati principali: la Spagna, che fatica a mettere in pratica il piano di risanamento del debito pubblico concordato con Bruxelles, e l'Italia che ha il passivo più elevato nei confronti dell'Eurosistema (con uno scompenso negativo di quasi 200 miliardi di euro) e un debito pubblico al 120% del Pil.

Speculatori o investitori?

In fasi come quella che stiamo vivendo, il primo imputato è la speculazione internazionale, tirata in ballo un po' da tutti: politici, economisti e media. Quanto ci sia di vero in tutto ciò, è però impossibile da stabilire, anche perché non è chiaro cosa si intenda per speculazione. Di certo ci sono operatori finanziari che scommettono sull'instabilità, acquistando strumenti derivati che consentono di trarre guadagno dai ribassi. Ma non si tratta di comportamenti vietati: come c'è chi scommette sulla crescita dei titoli, listini e valute, è possibile fare l'opposto. Certo, la capacità di muovere enormi masse di denaro in pochi istanti ha di per sé un effetto destabilizzante sul sistema finanziario, ma se non leggi che lo impediscono, si continuerà a farlo. E che dire dei grandi strategist di alcune banche americane, che da mesi profetizzano un default dell'intera Eurozona, con la conseguente fine della moneta unica. Nel loro caso non si tratta di una ricerca di profitto a breve (quindi tecnicamente non sono speculatori), ma il loro peso sui mercati non è trascurabile.

Il fuoco amico

Ma i problemi non sono tutti all'esterno. L'accerchiamento delle ultime settimane al cancelliere tedesco Angela Merkel non è casuale: la Germania è stata la fautrice del Fiscal Compact, trattato (che il Parlamento italiano si appresta ad approvare) sulla disciplina fiscale degli Stati membri. In sostanza, i Paesi che in futuro si troveranno in difficoltà potranno accedere agli aiuti comunitari solo se da subito metteranno mano ai propri squilibri di bilancio. La Germania, forte della sua posizione (è la più ricca e virtuosa tra i membri dell'Eurozona), detta le regole, ma non è detto che la sua sia la ricetta giusta per la ripresa. Per dare un'idea, per l'Italia è stata stimata una manovra annuale da 45 miliardi di euro per i prossimi 20 anni. Un salasso per qualsiasi Paese, a maggior ragione per uno in recessione. In realtà i tedeschi finora sono stati i principali beneficiari dell'euro: se fossero rimasti con il marco, la forza della loro economia si sarebbe riflessa sui corsi valutari. Verosimilmente il valore del marco sarebbe salito e la Germania avrebbe perso competitività rispetto a Italia, Spagna e così via (che, con molta probabilità, avrebbero subito una svalutazione delle rispettive valute). Tutto questo non è successo perché l'euro è espressione della forte Germania, così come della debole Italia: insomma, i tedeschi hanno beneficiato degli aspetti positivi dell'euro, ma non hanno pagato pegno a quelli negativi. Ecco perché ora si chiede loro uno sforzo maggiore per aprire i cordoni della borsa e finanziare la ripresa.