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È il virus C l'innesco di un nuovo ordine mondiale economico?

Francesco Simoncelli
·8 minuti per la lettura

Ricordo quando dicevano che "tutto è cambiato dopo l'11 settembre". È così, ma certamente non in meglio e penso che siamo tutti d'accordo su questo punto. Ricordo come tutti abbiano rinunciato ai propri diritti e agli aspetti chiave della democrazia, tutto in nome del "tenerci al sicuro".

All'epoca le decisioni che hanno cambiato il mondo vennero prese in reazione ad una minaccia esagerata, con l'adozione di leggi e "misure di emergenza" radicali. Di solito non scaturisce nulla di buono quando un governo prende decisioni e formula politiche permanenti, sospende costituzioni e diritti, imponendo il tutto ad una popolazione in preda al terrore.

A gennaio, come un leviatano emerso dai titani Oceano e Ceto dell'antica Grecia, è nata l'epidemia globale di coronavirus. Come l'11 settembre, è stato un evento dirompente, ma questa volta su una scala inimmaginabile. Indipendentemente dal fatto che si creda o meno che si tratti di un agente patogeno naturale o di ingegneria biologica, è fuori discussione che questa "crisi'' è e sarà usata per promuovere un'agenda globalista su più fronti, probabilmente caratterizzata da guerre tra le grandi potenze.

L'uomo moderno sta ora entrando in regni di distopia solo immaginati prima da artisti del calibro di Aldous Huxley, George Orwell e Philip K. Dick. Ciò che rende tutto questo difficile per così tanti è che l'improvvisa transizione è stata praticamente istantanea, lasciando le persone in uno stato di smarrimento, a chiedersi cosa fosse appena successo alla loro vecchia vita.

Non importa da che parte vada questa situazione, è quasi certo che la vita non sarà più la stessa.

Crisi sanitaria

Ormai dovremmo avere familiarità con la storia: un nuovo coronavirus, scientificamente noto come SARS-CoV-2, o COVID-19, si è fatto strada in tutto il pianeta, infettando milioni di persone e facendo registrare oltre 100.000 morti (al momento in cui viene scritto questo pezzo) in 180 Paesi. Le vittime di questo focolaio sono le persone anziane di età superiore ai 70 anni e le persone in cure palliative, la maggior parte delle quali soffre di condizioni mediche gravi e croniche.

Questo è un evento dirompente su una scala che il mondo moderno non ha mai visto prima. Lo shock e lo stupore sono iniziati nel momento in cui le cose sono iniziate ad andar male nella città cinese di Wuhan, nella provincia di Hubei. La poplazione globale è stato inondata di immagini di autorità cinesi che indossavano tute biologiche, sanificavano l'esterno degli edifici e si mettevano in quarantena nei loro appartamenti. Quindi venne avviato un programma in stile medievale, approvato dallo stato, che i media ed i politici occidentali hanno chiamato "lockdown", un termine preso in prestito dal complesso industriale delle prigioni.

Wuhan è stato uno spettacolo indimenticabile che ha avuto un certo impatto sulla psiche dell'Occidente, tanto che quando il coronavirus è arrivato sulle coste europee e nordamericane, la popolazione era talmente condizionata da aspettarsi una risposta in stile cinese dai propri governi. Non sorprende che questo sia esattamente ciò che ha ottenuto e, infatti, era ciò che chiedeva.

Il 12 marzo il primo ministro britannico Boris Johnson ha convocato una conferenza stampa di emergenza durante la quale è salito sul podio, affiancato dai suoi due principali consiglieri scientifici, Sir Patrick Vallace e Chris Whitty, per spiegare il piano d'azione del governo incentrato sul concetto epidemiologico comunemente noto di "immunità collettiva". La loro strategia era familiare, perché è stata l'ortodossia nella moderna epidemiologia: consentire ad un virus di attraversare circa il 60-80% della popolazione e svilupparne l'immunità, estinguendolo naturalmente in una sola stagione.

Ma Johnson ha commesso l'errore di sovrastimare grossolanamente il tasso di mortalità, una stima che avrebbe lasciato il Paese con circa 52 milioni di infetti e 500.000 vittime. Certo, col senno di poi, questi numeri erano pura finzione, ma all'epoca tutti erano così terrorizzati che credevano agli "esperti". Tuttavia l'approccio dell'immunità collettiva era più o meno identico all'approccio "senza lockdown" adottato da altri Paesi europei, come Svezia e Islanda, nonché Bielorussia, Messico e Giappone. Ciò avrebbe comportato test su campioni casuali a livello nazionale e per coloro che presentavano sintomi. Agli anziani e alle persone vulnerabili sarebbe stato detto di isolarsi per un certo periodo di tempo, mentre venivano condotti gli studi.

Il "Piano A" non è durato a lungo. Il 24 marzo Johnson è andato sulla TV nazionale, questa volta senza il suo team scientifico, per annunciare un lockdown a livello nazionale, un arresto effettivo della società e della maggior parte dell'economia del Paese. Il Regno Unito stava ora seguendo gli altri membri della NATO, Francia, Italia, Spagna, ecc., che avevano già imposto blocchi nazionali draconiani, comprese nuove e rigorose linee guida di "distanziamento sociale" che impedivano alle persone di riunirsi.

Sembrava che l'improvvisa svolta a 180° di Johnson fosse stata in parte provocata da una relazione allarmistica pubblicata da uno dei team di "esperti" governativi dell'Imperial College di Londra, guidato dal controverso Neil Ferguson, che in precedenza era stato responsabile della crisi "Foot and Mouth" nel 2001, una debacle che si è conclusa con l'abbattimento non necessario di circa sei milioni di capi di bestiame in Gran Bretagna.

A questo giro Ferguson e il suo team, con la loro magia di modellazione, sono arrivati a dire che ci sarebbero stati circa mezzo milione di morti per coronavirus se il governo non avesse implementato "un allontanamento sociale intenso e altri interventi ora in atto".

Sebbene la cifra fosse completamente fittizia, i media se ne sono impadroniti, così come i funzionari governativi, e hanno alimentato paura e panico. Spaventata e insicura, la popolazione ha accettato le misure autoritarie, ma il governo britannico non ha mai dato una data di fine alla quarantena; a discrezione della confraternita scientifica del governo inglese.

Una volta che questa bolla di paura era stata sufficientemente gonfiata, un blocco in stile medievale era diventato realtà in numerosi Paesi, tra cui Australia e Nuova Zelanda. L'impatto di una quarantena nazionale completa è ancora sconosciuto, ma sta già diventando chiaro che sarà a dir poco catastrofico per quei Paesi che hanno accettato l'autodistruzione volontaria delle loro economie e la sospensione indefinita della democrazia.

Vale la pena di notare che questa non è la prima volta che le Nazioni Unite, l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e l'Imperial College hanno provato ad evocare un panico globale per un virus influenzale. Nel 2005 l'ONU lanciava moniti riguardo il virus dell'influenza aviaria H5N1, il quale "avrebbe potuto causare morti tra i cinque ed i 150 milioni di persone". Anche allora i funzionari governativi si rivolsero al profeta di sventura dell'Imperial, Neil Ferguson, il quale se ne uscì con un bilancio delle vittime completamente immaginario di 200 milioni di persone. La sua equazione matematica a livello di scuola superiore era mozzafiato nella sua eccessiva semplicità:

"Circa 40 milioni di persone sono morte nell'epidemia di influenza spagnola nel 1918", ha detto il prof. Ferguson. "Ci sono sei volte più persone sul pianeta ora, quindi potreste scalare fino a circa 200 milioni di persone probabilmente".

Quella previsione portò all'abbattimento di decine di milioni di uccelli nel Sud-est asiatico, ma la pandemia non si è mai realmente materializzata. Alla fine le vittime umane erano state un centinaio in tutto il mondo. Fu sostanzialmente un non evento.

Numeri insignificanti simili hanno seguito l'hype globale sull'influenza suina H1N1 nel 2009. Grazie al lavoro della giornalista investigativa, Sharyl Attkisson, il Center for Disease Control (CDC) negli Stati Uniti è stato sorpreso a gonfiare eccessivamente il numero dei casi; una mossa fraudolenta che ha avuto gravi implicazioni per la politica del governo e ha alimentato una paura pubblica infondata.

Con il COVID-19, il complesso medico/industriale globalista, guidato dall'OMS, sperava di ripetere le precedenti campagne di pubbliche relazioni proponendo il nuovo coronavirus come la nuova influenza spagnola. Questa volta hanno avuto un'opportunità straordinaria grazie alla Cina, che ha dato vita ad un'incredibile performance mediatica e "dimostrazione di forza" nel mese di gennaio "bloccando" Wuhan, ispirando i leader occidentali e altri a provare lo stesso approccio.

Tuttavia i risultati si sono rivelati economicamente disastrosi per i Paesi occidentali "bloccati".

Crollo economico

Tutto ciò è certo che avrebbe innescato una recessione globale contrassegnata da almeno 12 mesi di crescita negativa, con ripercussioni economiche e sociali mai viste prima. La decisione di Paesi come Regno Unito, Francia, Italia, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti di far implodere volontariamente le loro economie e porre la maggior parte delle loro popolazioni agli arresti domiciliari, avrà un impatto duraturo non solo sulle economie nazionali ma anche sull'economia globale per gli anni a venire.

In termini di scala, i danni causati ai mercati e all'industria hanno già superato la crisi finanziaria del 2008 e non c'è fine in vista.

Per "combattere il coronavirus" i vari governi hanno distrutto le loro economie reali e le hanno sostituite con finanziamenti statali destinati a ciascuna sezione dell'economia. Questa trasformazione di emergenza è la stessa di una mobilitazione di un'economia in tempo di gue Autore: Francesco Simoncelli Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online