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In 2021 cenere vulcano Etna costa 20 mln ad agricoltura Sicilia

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Image from askanews web site
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Roma, 4 ott. (askanews) - Oltre 20 milioni di euro di danni nell'ultimo anno per tutte le aziende agricole siciliane che operano nella zona colpita ormai settimanalmente dalla caduta di cenere vulcanica causata dalle eruzioni dell'Etna. Aziende che si trovano in una fascia ben precisa, quella che va da Acireale-Calatabiano a Taormina-Fiumefreddo e che lavorano nel settore dell'ortofrutta, della quarta gamma (i prodotti freschi confezionati e pronti per il consumo, ndr.), degli agrumi, dei florovivaismo. Sia all'aperto sia in serre. La stima arriva da Mario Faro, presidente della Consulta Vivaismo di Coldiretti, che in una intervista ad Askanews fa un primo bilancio e il punto sulla grave situazione che stanno vivendo, ormai da due anni, le imprese agricole siciliane che si trovano nel cono d'ombra del vulcano più attivo d'Europa.

"Mentre fino a 10 anni fa la caduta di cenere vulcanica era un evento una tantum visto anche con meraviglia e sorpresa - spiega Faro - negli ultimi 10 anni, ma in particolar modo negli ultimi due anni, questa è diventata la normalità. Una volta a settimana cade sabbia vulcanica in quantità ingenti, tanti metri cubi che devono essere rimossi. Chi paga più i costi di questa che ormai è diventata una caratteristica del territorio e non di certo un fenomeno eccezionale, sono i Comuni, i cittadini e le imprese agricole di tutti i settori, sia che lavorino all'aria aperta sia serra".

Quali quindi le richieste al Governo? "A noi non interessa uno stanziamento per la calamità naturale, si tratta di una soluzione tampone, di un cerotto messo sopra qualcosa che è strutturale. Noi vogliamo che si istituisca una comunità vulcanica e che vengano previste delle norme mirate. Ad esempio, una attenuazione del costo del lavoro come avviene per le comunità montane". "Questo territorio deve essere trattato in modo diverso dal resto della Sicilia, come accade per le comunità montane rispetto al resto d'Italia. Per noi - dice Faro ad Askanews - produrre ha un costo superiore e uno svantaggio rispetto a chi produce a Siracusa, per esempio".

Al danno anche la beffa: quest'anno per le operazioni di spalatura e rimozione della cenere non si è trovata neanche manodopera: "lo scorso anno in primavera arrivavano i curricula, anche per lavorare nei vivai; c'era una grande offerta di manodopera locale, quest'anno nessuno: non so perché, ma non si dica che c'è disoccupazione perchè noi volevamo assumere e non abbiamo trovato chi assumere".

La cenere vulcanica cade in abbondanza ovunque: rende impraticabili le strade, deve essere spalata come la neve e accumulata ai bordi delle strade per poi essere raccolta, perché a differenza della neve non si scioglie. Se piove, si trasforma in una massa densa come il fango. "La cenere vulcanica si insinua in tutte le produzioni - spiega Faro, che è anche amministatore delegato di RadicePura e di Faro Piante, la più grande azienda florovivaistica della Sicilia - basti pensare a chi fa quarta gamma e deve raccogliere verdure a foglia come le lattughe. Graffia la frutta come arance, pere, limoni, pesche, uva, macchia le piante dei vivai che restano invendute". Il problema principale, per chi lavora all'aria aperta nel florovivaismo o nell'agricoltura, è la pulizia delle piante che "ha costi enormi". Non si salvano neanche coloro che coltivano in serra, "perchè le serre ricoperte di sabbia si ombreggiano e le canalette di scolo si ostruiscono: i costi di rimozione della cenere e quelli di pulitura sono altissimi".

Da quest'anno finalmente la cenere vulcanica non è più considerata un rifiuto speciale, e quindi non deve essere smaltita in discarica (anche in questo caso con un forte aggravio dei costi). "Oggi la sabbia rimossa in modo opportuno viene riutilizzata a livello agricolo - spiega Faro riciclandola ad esempio all'interno dei terricci come drenante nell'ottica di una economia circolare".

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