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5 artiste afghane che si battono per i diritti delle donne (e rifiutano le costrizioni dei talebani)

·5 minuto per la lettura
Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images

Si battono da anni per i diritti delle donne e hanno una convinzione: l’arte può, e quindi deve, dire quello che non si osa credere. Sono le artiste afghane che contro ogni repressione alzano la voce. Con il loro lavoro danno voce a tutte le altre donne che avevano iniziato a usarla dalla caduta del regime talebano nel 2001 e che da un giorno all’altro l’hanno persa di nuovo.

Si chiamano Rada Akbar, Farzana Wahidy, Fatimah Hossaini, Hangama Amiri e Shamsia Hassani. Preferiscono che di loro si parli per la creatività, la visione artistica, l’impegno e non per il fatto che sono in pericolo come donne e come artiste. Rada Akbar è riuscita a lasciare Kabul per un soffio rifugiandosi in Francia all’arrivo dei talebani in città dopo un’avanzata che non ha catturato l’attenzione dei media finché non è stata la capitale a cadere. È fuggita anche Fatimah Hossaini. Ma chi resta?

Secondo il CPAWJ, Centre for the Protection of Afghan Women Journalists, già a Marzo di quest’anno il 20% delle donne ha lasciato le redazioni. A Kandahar e Herat anche le donne che lavoravano in banca sono state costrette a tornare a casa lasciando il posto ai loro parenti maschi. Una sipario nero scende nuovamente sulle vite delle donne afghane, già in parte private del lavoro, della libertà, dell’identità. Risospinte dietro una porta, sotto un burqa, i corpi cancellati, la voce silenziata. Può solo peggiorare, dicono. Lo sanno per averlo già visto succedere. E si nascondono. Ma non tutte.

Le artiste non ci stanno e sfidano il pericolo alzando la voce anziché tacere, esempio per tutte le donne per cui si battono. Rada Akbar, visual artist e fotografa, non è disposta a rinunciare all’arte, alla libertà e a un futuro di possibilità. Solo l’anno scorso a Kabul poteva esporre la sua raccolta di Abarzanan (Superwomen), donne afghane che si sono spese nell’empowement femminile e nella difesa dei diritti. Tra di loro si ricordava Rukhshana, la diciannovenne lapidata nel suo villaggio nel 2015 perché aveva osato rifiutare il matrimonio combinato per fuggire con l’amore della sua vita. Già a inizio anno la mostra ha dovuto trasferirsi online dopo che l’artista ha ricevuto minacce. Cosa che non l’ha fermata dal continuare a incarnare l’indipendenza, la forza e il risultato di vent’anni di lotte per la libertà che il nuovo controllo talebano sta per mandare in fumo.

Non retrocede di un passo neanche Farzana Wahidy, il cui nome ha travalicato da tempo i confini dell’Afghanistan. Nata a Kandahar, adolescente negli anni della presa del potere talebano nel 1996, studiava di nascosto nascendendo i suoi libri sotto il burqa. Lo racconta sul suo sito sintetizzando in due parole, undeground school, che trasudano tutto il coraggio, la sfida, la certezza di un diritto che non permetteva a nessuno di negarle. Dal 2004 è la prima fotoreporter afghana assunta da un’agenzia internazionale. E non ha mai smesso di raccontare le donne.

È fotografa anche Fatimah Hossaini, di origini afghane e iraniane. Con Mastoorat, l’associazione che ha fondato, sostiene l’espressione artistica delle donne. E con il suo progetto Pearl in the Oyster ha ritratto le donne afghane mostrandone la bellezza, la forza, l’idendità individuale. Le ha ritratte spingendosi in zone pericolose, anche quando le stesse donne erano restie a mostrarsi davanti all’obiettivo, cosa che significa rompere le regole di una società fortemente conservatrice. La raccolta Beauty amid the War le ha mostrate oltre ogni stereotipo, fiere, resistenti, piene di speranza. Oggi che il ritorno del passato tenta nuovamente di coprirle, nasconderle, cancellarle, le sue fotografie vibranti di colore sono uno schiaffo in faccia ai talebani. Glielo assesta mentre li guarda dritto negli occhi con il suo fiero sguardo nero. Non ci pensa nemmeno ad abbassare lo sguardo.

Hangama Amiri ha preso la parola dal Canada, dove è cresciuta. Nata in Afghanistan, è un’artista femminista che usa la pittura, il collage, le installazioni video e tessili. Il suo lavoro ha uno scopo preciso, evidenziare in che modo genere, norme sociali e geopolitica impattano sulla vita delle donne afghane. Lo ha fatto attraverso i grandi ritratti tessili della serie Spectators of a New Dawn esposti a Marzo a Toronto. Nei suoi lavori compaiono volutamente oggetti che la cultura talebana vieta come rossetti, smalti e stoffe colorate e scintillanti. È l’affermazione dell’individualità, della libertà, della lotta.

Dal cuore stesso di Kabul si è invece levata la voce di Shamsia Hassani, street-artist che pochi giorni dopo l’arrivo dei talebani nella capitale ha detto la sua da un muro della città. Death to Darkness è il titolo del murale che ha fatto il giro del mondo sui social. Le sue donne disegnate sui muri levano la testa alta, imbracciano una chitarra, proiettano scintille dal centro del petto, danzano su un campo di denti di leone che ondeggiano al vento e fronteggiano con un velo rosso uno sfondo grigio, cupissimo, da cui emergono carri armati.

Nessuna di loro si domanda se le donne possano resistere, né se il regime talebano imporrà loro il silenzio. La risposta la conoscono bene, sanno che accadrà, sta già accadendo. Ma sanno anche che c’è un altro scenario possibile perché lo hanno realizzato. Al punto di domanda sostituiscono un punto esclamativo che afferma con forza: ci siamo, vogliamo esserci, guardateci, ascoltateci. Quello che abbiamo fatto resterà anche quando non ci sentirete più.

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