Al Nord le università più care

Studiare costa. Tanto. Lo sanno bene gli universitari che tra tasse e libri, ma anche vitto e alloggio se fuorisede, avrebbero bisogno di uno stipendio per prendere la laurea. Non in tutta Italia, però, le cifre da sborsare sono le stesse: lasciando da parte gli atenei privati, anche tra le università statali ci sono delle disparità con le università del Nord che in media costano il 13,5% in più della media nazionale, con punte del 28,3% rispetto a quelli delle regioni meridionali. Dall'Osservatorio nazionale Federcomsumatori arriva una classifica sull'ammontare delle tasse nelle 18 maggiori università, calcolata sul numero di studenti in nove regioni italiane (Lombardia, Piemonte, Veneto per il nord, Lazio, Toscana ed Emilia Romagna per il centro e Campania, Puglia e Sicilia per il sud).

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Come si calcolano le tasse
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La retta annuale dipende dalla fascia di reddito e nella maggior parte delle università si utilizzano i parametri Isee. Ma i calcoli sono sempre diversi: nella maggior parte degli atenei la prima rata dei contributi ha un importo fisso, mentre le successive tranche sono calcolate sui parametri del reddito Isee o Iseeu della famiglia dello studente. Il sistema, basato sull'indicatore della situazione economica equivalente, subisce correzioni diverse a seconda delle università, ma viene adottato sia dalle pubbliche che dalle private: la Statale di Milano, per esempio, utilizza l'Iseeu che tiene conto anche dei redditi di fratelli e sorelle (per il 50% del loro valore) o dei patrimoni familiari posseduti all'estero, mentre all'Università di Napoli si considera se all'interno dello stesso nucleo familiare vi sono più studenti universitari.

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La prima notizia è positiva (in parte): sono aumentate le tasse per le fasce di reddito più alte, mentre si sono leggermente abbassate per quelle con un reddito minore: in particolare chi dichiara un Isee fino a 6mila euro rispetto al 2010 quest'anno paga l'1% in meno, mentre coloro che rientrano nella seconda fascia (fino a 10mila euro) pagano il 4% in meno. Aumenti fino al 10%, invece, per chi entra nella fascia massima, sopra i 30mila euro: un tetto non così difficile da raggiungere se vengono sommati i redditi di tutti i familiari (compreso quelli dello studente, se lavoratore) e le proprietà immobiliari. Rientrano nella fascia più alta anche coloro che non dichiarano il proprio reddito: questo conviene meno al Nord, dove in questo caso si paga il 68% in più che al Sud.
Anche se guardiamo alle fasce di reddito più alte le differenze sono notevoli: a Pavia si pagano in media 3.326,52, a Firenze 2.020,62 e a alla Federico II di Napoli "solo" 1.506,62.

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Parma la più cara.
Prendendo in considerazione la sola prima fascia, l'Università degli Studi di Parma risulta la più costosa: la retta è di 1005,87 euro annui per le facoltà scientifiche e di 890,05 euro per quelle umanistiche, ovvero il 103% in più rispetto alla media nazionale. A seguire troviamo Verona, con una retta di 613,18 euro per le facoltà umanistiche e 671,22 euro per quelle scientifiche. In testa agli atenei più convenienti troviamo l'Università Aldo Moro di Bari che premia anche il merito: una votazione media bassa o un basso numero di crediti conseguiti comporta un aumento delle tasse. In compenso, gli studenti che superano, entro il 30 settembre tutti gli esami del piano di studi, senza iscrizioni fuori corso o ripetenze e hanno una media di 29/30, possono richiedere come bonus un premio di 260 euro da utilizzare per l'acquisto di libri.

Perché cambiano i costi.

Tra i fattori che possono incidere sui costi dell'università ci sono i servizi, come laboratori, aule o altre strutture per la didattica. Questo spiega anche perché in media l'iscrizione a facoltà scientifiche è più onerosa rispetto a quelle umanistiche. Fare una classifica equa non è dunque così semplice: si deve valutare quanto si paga, infatti, ma anche quanto offre l'ateneo in termine di servizi. Un altro problema, messo in evidenza anche da Federconsumatori, è quello dell'evasione fiscale: gli studenti pagano in base a quanto le proprie famiglie dichiarano e incrociando i dati dei Centri di assistenza fiscale con quelli del ministero dell'Economia e delle università, pare che un gran numero di figli di gioiellieri e albergatori hanno fasce di reddito più basse di quello degli operai specializzati.