Il lavoro ai tempi della crisi

La crisi picchia duro sull'occupazione. Nell'Unione europea, infatti, cinque milioni di persone hanno perso il lavoro tra il secondo trimestre del 2008 e lo stesso periodo del 2010. Anche se ci sono grosse differenze registrate in base all'età, al sesso e al tipo di professione. In generale, a subire di più le conseguenze negative sono stati i giovani, gli uomini, chi fa lavori con uno stipendio "medio" piuttosto di chi guadagna molto o molto poco.

Sono questi, in estrema sintesi, i risultati della relazione "Cambiamenti nella struttura del lavoro in Europa nel periodo della grande recessione" (consulta il documento integrale in inglese o la sintesi in italiano). Lo studio è stato realizzato dall'Osservatorio delle professioni in Europa attivo presso Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, che ha utilizzato i dati ottenuti dalla precedente indagine sulla forza lavoro per descrivere gli effetti provocati dalla recessione sulla struttura dell'occupazione in termini di settori e professione nella Ue a 27, sia a livello aggregato, sia a livello nazionale.
Nel dettaglio, la relazione evidenzia come, anche durante la crisi, "l'occupazione abbia continuato a crescere nei posti di lavoro meglio retribuiti, specialmente nei servizi ad alta intensità di conoscenza, nonché nei servizi imprenditoriali". In cifre, le occupazioni che rientrano nel "quintile" più elevato con il 20% delle retribuzioni più alte, sono cresciute dell'1% annuo. E le cose sono andate ancora meglio per chi ha investito nella formazione: i posti di lavoro destinati ai titoli di studio più elevati sono aumentati del 2% annuo.
In particolare, si legge nello studio di Eurofound, la crescita è avvenuta nei "servizi ad alta intensità di conoscenza, che comprendono sia servizi pubblici (specialmente nel settore sanitario e dell'istruzione), sia servizi privati (servizi imprenditoriali)". Inoltre, "nel periodo della recessione è stato registrato un aumento della relativa importanza dei servizi pubblici per la crescita occupazionale nel quintile più elevato".
Dall'altra parte, dalla relazione emerge anche che "le perdite registrate nei posti di lavoro mediamente retribuiti all'interno del settore edile e manifatturiero hanno determinato un calo occupazionale nella parte intermedia della scala retributiva". In questa fascia, infatti, durante la crisi si sono registrate perdite per oltre 4,5 milioni di posti di lavoro.

Tutto questo ha portato a un vero e proprio mutamento della struttura occupazionale. Tra gli Stati Ue, infatti, sono stati osservati principalmente tre modelli relativi a questo settore. Il primo è quello della riqualificazione, cioè "dell'orientamento della crescita occupazionale verso il livello più alto della scala retributiva". Il secondo consiste nella polarizzazione, ovvero "nell'aumento occupazionale concentrato all'estremo inferiore e all'estremo superiore della scala retributiva e riduzioni nella parte intermedia". Infine, è stato notato un processo di dequalificazione, con una "maggiore soppressione dei posti di lavoro con riferimento alle mansioni meglio retribuite e crescita o diminuzioni alquanto irrilevanti per le attività meno retribuite".

Se queste conclusioni sono valide praticamente per tutti i Paesi europei, in Italia la situazione è diversa. Da noi, infatti, durante la "grande recessione" è aumentato il numero di posti di lavoro con i livelli di occupazione più bassi e, dall'altra parte della scala, si è avuta una diminuzione delle occupazioni per chi guadagna di più (un fenomeno che non è stato registrato neppure negli Stati in cui la crisi si è fatta sentire con maggiore violenza). Questa situazione, secondo Eurofound, può essere legata ai tagli fatti nell'amministrazione pubblica e nell'istruzione.
Tornando ai dati europei, si nota poi che "nell'epoca della recessione le donne hanno raggiunto posizioni migliori rispetto agli uomini nel mercato del lavoro, sia in termini qualitativi, sia in termini quantitativi". Per ogni posto di lavoro occupato da donne, infatti, ne sono stati persi quattro occupati da uomini. "Le poche fonti di crescita occupazionale — sottolineano i ricercatori — sono state prevalentemente costituite da posti di lavoro occupati dalle donne nel settore sanitario e dell'istruzione".

Quanto all'età, emerge con chiarezza che tra il 2008 e il 2010 "i livelli occupazionali dei lavoratori più anziani sono rimasti sorprendentemente alti", mentre chi si trova in una fascia di età intermedia, compresa tra i 30 e i 49 anni, ha subito i danni maggiori. In particolare, "si è verificato un notevole incremento occupazionale fra le persone appartenenti alla fascia di età che va dai 50 ai 64 anni, tradottosi nella creazione di 1,7 milioni di nuovi posti di lavoro". Per chi ha meno di 30 anni, invece, il calo ha interessato tutti i livelli di retribuzione. Una nota di speranza, per questa fascia d'età, viene dall'andamento della crisi dopo il 2009, da quando i lavori temporanei hanno ripreso a crescere (anche se soprattutto in relazione ai posti meno retribuiti).
Infine, andando ad analizzare l'andamento delle singole professioni, si nota che quelle che hanno sofferto di più durante la crisi sono state:

  • commercianti all'ingrosso nel settore agricolo e della pesca (-80,9%);
  • attività di costruzione, minatori, operatori del manifatturiero e dei trasporti (tra -47,8% e -21,4%);
  • manager privati (-40,8%);
  • fisici, matematici e ingegneri (-36,2%);
  • operatori di macchina e assemblatori (-27,8% nel settore dei metalli, -23,2% nel settore dell'abbigliamento);
  • operai specializzati nelle costruzioni e nell'estrazione nell'ambito dell'ingegneria civile (-20,2%);
  • costruzioni di mobili (-16,8%);
  • impiegati d'ufficio specializzati in attività di costruzione (-15,7%);
  • altri operai del settore dell'abbigliamento (-15,1%);
  • autisti e conduttori di piattaforme mobili (-14,9%);
  • impiegati nel settore del customer service (-13,6%);
  • operai del settore edile, con cali tra il 10 e il 13% a seconda del tipo di attività;
  • impiegati d'ufficio (-10,4%);
  • operai del settore metallurgico e altri lavori affini (-8,5%);
  • impiegati d'ufficio nel settore del commercio al dettaglio (-8%).
  • servizi legati al settore sanitario (-3,9%);
  • commercianti al dettaglio, esclusi quelli di auto e motocicli (-1,8%);.
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