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A chi fa comodo l'UE?

Chi è dentro, vorrebbe andarsene. Ma la fila per entrare è lunga. Mai come negli ultimi mesi, tra gli Stati membri, cresce l’euroscetticismo. L’Unione Europea non gode di grande popolarità: recentemente la Gran Bretagna, addirittura, ha pensato di sbattere la porta ed andarsene. In Grecia, Spagna e Italia, dove la crisi morde più che in Germania, cresce il numero di coloro che non vedrebbero come un’eresia lasciare Eurolandia e tornare alle vecchie monete nazionali.

In realtà, la questione non è così semplice. La congiuntura negativa deprime le economie europee e i singoli governi hanno sempre meno strumenti per gestire, in autonomia, la politica monetaria. Occorre - questo il prezzo da pagare per stare nell’eurozona - rispettare le regole di Bruxelles. Chi ha chiesto soldi all’Ue, come Grecia, Spagna, Portogallo ma anche Cipro, deve rispettare misure rigide, all’insegna dell’austerity, per poter rimanere nell’Unione.

Intanto, come dicevamo, la fila per entrare si allarga a sempre più pretendenti. Accanto alla Serbia si preparano altri cinque Paesi: Turchia, Macedonia, Croazia, Montenegro e Islanda. La Turchia, ormai, è una questione a parte. Se ne parla dal 1999, ma negli ultimi mese l’interesse di Ankara pare sia sceso anche a causa di questioni rimaste in sospeso: da quella cipriota al genocidio armeno, dal ritorno dell’Islam nella vita politica alla questione demografica. Senza contare che la Turchia con i suoi 79 milioni di abitanti sarebbe seconda solo alla Germania (circa 81milioni). Considerando che la popolazione turca cresce circa dell’1,5% ogni anno, mentre quella tedesca è pressoché ferma, presto dovrebbe avvenire il sorpasso.

Anche l’adesione della Macedonia procede lentamente, arenata su questioni litigiose con i vicini bulgari e greci, oltre che da un’economia che ancora non rispetta i parametri comunitari. Per la Croazia la storia è diversa. Il 22 gennaio del 2012 il referendum per l’adesione è passato con il 67,7% dei voti favorevoli, l’ingresso ufficiale dovrebbe avvenire il primo luglio del 2013. Scorrendo la lista delle pretendenti, troviamo il Montenegro. Nato dalla scissione dalla Serbia nel 2006, ha ottenuto lo status di candidato ufficiale nel 2010, ma la strada che porta all’Europa è ancora lunga, nonostante la valuta ufficiale sia l’euro già dal 2002.

L’Islanda, invece, ha molte più chances. Ha un’economia relativamente solida, dopo il fallimento del 2008, e i problemi per entrare nell’eurozona, riguardano solo la pesca e la finanza. Un’apertura importante, quella islandese, in un Paese che è sempre stato tradizionalmente euroscettico. Il nuovo premier socialista, Jóhanna Siguroardóttir, ha vinto le scorse elezioni puntando proprio sull’ingresso in Europa.

Completano il quadro, l’Albania e la Bosnia-Erzegovina. La prima ha presentato ufficialmente la domanda di adesione e sta aspettando la risposta dalla Commissione europea; la seconda ha firmato gli accordi di stabilizzazione e associazione. Anche il Kosovo ha adottato l’euro come moneta, ma non può ancora fare richiesta di adesione perché deve ancora risolvere il problema del suo riconoscimento da parte della Serbia. Praticamente agli inizi del processo sono Ucraina, Georgia e Armenia che non rispettano ancora i requisiti.

Più Stati si aggiungeranno ai 27 attuali e più sarà problematico garantire la governabilità del sistema Europa. Una legge, una decisione, una mozione, ci metterà più tempo per essere approvata, all’aumentare dei soggetti coinvolti. Un altro elemento che può creare quella sorta di paralisi che costituisce il tallone d’Achille dell’eurozona. C’è chi minaccia di lasciare l’euro. Chi vorrebbe solo rendersi indipendente, senza voltare le spalle alla moneta unica, come la Catalogna. C’è la crisi, prima di tutto. E un sistema, quello europeo, che con i suoi scudi anti-spread e fondo salva Stati, non ha saputo finora dare risposte diverse da quelle dell’austerity per rilanciare la produttività.

Se l’Unione europea iniziasse a comportarsi più da Stato e meno da congregazione, ne guadagnerebbe la stabilità economica di chi deciderà di rimanerci dentro. Dando un senso ai tagli della spesa e a politiche di sacrifici messe in atto dai singolo governi, proprio per salvare il posto in Europa.


Discesa da 3 a 5 barre
Qui di seguito tratteremo un pattern elaborato da Oliver Velez e Frank Capra, autori di Master Trader, che reputo uno tra i migliori libri tradotti in italiano sulle tecniche di trading...
Come usare la
Andrews' Pitchfork

La Andrews’ Pitchfork prende
il nome dal suo ideatore, Alan Andrews che ha messo a punto questo strumento per identificare
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la velocità con la quale tali obiettivi possono essere raggiunti...
Un setup completo di ingresso con la Barra di Esaurimento
Uno dei miei pattern preferiti
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d’ora innanzi indicheremo con
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