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Abrignani, la difesa per il Coronavirus risale con la terza vaccinazione

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Abrignani, con terza dose la protezione sale di nuovo al 95 percento
Abrignani, con terza dose la protezione sale di nuovo al 95 percento

Al Corriere della Sera, Sergio Abrignani, immunologo della Università Statale di Milano e componente del Comitato tecnico scientifico, ha detto la sua sulla terza dose del vaccino anti-covid. La sua attenzione parte dai dati che arrivano direttamente dall’Israele: dati rassicuranti che mostrano che la terza dose sia necessaria e sicura.

Abrignani sulla terza dose: “Non è un cambio di strategia”

Abrignani, infatti, sostiene la scelta della Gran Bretagna e dell’Israele, dicendo chiaramente che:

“Non è un cambio di strategia. Era da mettere in conto che sarebbe stato necessario rinforzare la memoria immunologica prodotta da due sole dosi ravvicinate di vaccino. Secondo i dati che stanno arrivando da Israele, i possibili effetti collaterali sono sovrapponibili a quelli già osservati dopo la seconda dose. Nulla di diverso e preoccupante”.

Tuttavia, quando vi chiesto se ci troviamo di fronte ad un altro cambio di rotta, risponde che nella storia dei vaccini, i richiami con una terza dose, lontana alcuni mesi dalle prime, sono la normalità. Il motivo per il quale non è stata stabilita da subito questa terza dose, è semplimente legato al bisogno che mesi fa c’era di avere quanti prima i vaccini:

“E aspettare altri 6-8 mesi per concludere una sperimentazione con triplice dose avrebbe significato rassegnarsi a vedere morire tante altre persone”.

Abrignani sulla terza dose: “La protezione torna al 90%

Dunque, è importante che anche gli italiani capiscano che non è un ripiego o un errore della scienza che non aveva programmato bene la campagna vaccianale.

“Le due dosi di vaccino conferiscono protezione e rispondono anche alla variante Delta. Però si è visto che, come la maggior parte dei cicli ravvicinati, inducono una risposta immunitaria di breve durata e che quindi la protezione dopo 6-8-mesi si riduce dal 90 al 60% circa. Con un terzo richiamo, almeno dopo 6 mesi, non solo l’efficacia viene riportata ai livelli iniziali ma speriamo, in analogia con tanti altri vaccini, che sia duratura per anni”.

Per giunta, la terza dose sarà equivalente per quantità di principio attivo alle due precedenti perché si parla di microgrammi, quantità minime rispetto a quelle dei farmaci. Insomma, in poche parole, basta poco per innescare la risposta del sistema immunitario. E per chi sta già ponendo la domanda legata all’AstraZeneca,la risposta è sì, si potrà passare a Pfizer e Moderna:

“Sì, è dimostrato che la vaccinazione eterologa, con due prodotti diversi, non da effetti collaterali superiori a quella omologa”.

Certamente non è da escludere neanche una quarta dose. Abrignani stesso ammette che con il Covid nulla è certo. Soprattutto a causa dei no vax e in maniera consequenziale delle varianti.

“Aspettiamo di vedere se e quando si re-infetteranno coloro che ricevono oggi la terza dose. Però l’esperienza con tanti altri vaccini (come quelli per Epatite B, Meningococco B, Poliomielite, Hemofilus, Tetano, Difterite, Pneumococco, Pertosse) ci fa ben sperare che ulteriori richiami, se necessari, ci interesseranno dopo 5-10 anni”.

Abrignani sulla terza dose: “L’Italia è pronta”

Quindi, come procederà l’Italia?

“Noi abbiamo il vantaggio di poter osservare quello che succede in Israele. Non è detto che oltre alle persone fragili, agli operatori esposti professionalmente al contagio, come medici e infermieri, e ai più suscettibili (gli ultrasessantenni) occorra coinvolgere il resto della popolazione. Non a caso le agenzie regolatorie (Ema in Europa e Fda americana) probabilmente autorizzeranno per ora solo l’uso per questi gruppi. L’Organizzazione mondiale della sanità non è favorevole alla terza dose a tutti perché ritiene sia piu giusto, data la carenza di fiale, che si vaccinino al completo i più fragili nei Paesi in via di sviluppo”.

E soprattutto, l’Italia è pronta a vaccinare per la terza volta? Al momento ci sono vaccini in abbondanza, tuttavia 10 milioni di persone sopra i 12 anni, non si sono ancora decise a fare il grande passo.

“Credo che la priorità sia raggiungere tutta la popolazione. L’estensione del green pass ha questo obiettivo e non mi scandalizza pensare si tratti di una forma di obbligo indiretto. Nel frattempo mettiamo in sicurezza i pazienti immunocompromessi e mi riferisco ai trapiantati, dializzati o con insufficienza renale grave, oncologici in chemioterapia, malati con Hiv o con patologie autoimmuni che facciano terapie fortemente debilitanti”.

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