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Agroalimentare: il 61% dei disoccupati disponibile al lavoro illegale

Davide Mazzocco

Un’indagine di Coldiretti/Ixè, elaborata dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare, lancia l’allarme sulla disponibilità, da parte dei disoccupati, ad accettare lavori dalla criminalità organizzata: la percentuale dei soggetti inattivi che, avendone l’opportunità, sarebbero disponibili a partecipare alle attività illegali in cui le mafie riciclano il denaro è del 61%. La “fame” di lavoro è tanta ed è, da sempre, il “serbatoio” nel quale le mafie reclutano la loro manovalanza: una crisi come quella iniziata nell’autunno 2007 non può che acuire questa tendenza e aumentare la possibilità che chi ha un disperato bisogno di lavorare si rivolga a chi questo lavoro lo può offrire.

Se il 61% è pronto a non farsi troppe domande sui datori di lavoro, l’8% si dice disponibile a commettere reati pur di portare i soldi a casa. Camorra, ‘ndrangheta e mafia possono contare su un bacino potenziale di 230mila persone che sarebbero disponibili a violare la legge pur di lavorare.

Se si parla di agroalimentare, il discorso corre veloce a questioni di salute pubblica, all’igiene e alla salubrità dei cibi. Ma non solo. Il dibattito riguarda i metodi di lavoro, i problemi del caporalato e delle situazioni di schiavitù alle quali vengono sottoposti i raccoglitori stagionali. La corsa al ribasso (della remunerazione e delle condizioni del lavoro) che fino a qualche tempo fa riguardava solamente gli stranieri extracomunitari sta progressivamente inglobando anche gli italiani scivolati nella povertà.

L’allentamento della tensione morale nei confronti della malavita si riflette anche in altri dati: un italiano su cinque (18%) andrebbe a mangiare in un ristorante, pizzeria o bar legati alla criminalità organizzata in caso di prezzi più convenienti (9%), prodotti di ottima qualità (5%) e comodità nel raggiungere l’esercizio (4%).

Coldiretti aggiunge, inoltre, che il 63% degli italiani si trova d’accordo sul fatto che in certe zone d’Italia le organizzazioni criminali hanno saputo proporsi come unica alternativa alla disoccupazione.

In ogni caso non si tratta di un problema confinato al Sud Italia: l’84% degli italiani ritiene che la criminalità organizzata sia ormai diffusa su tutto il territorio nazionale.

La crisi drena le risorse economiche e spinge le famiglie al risparmio. Il consumo etico diventa un lusso che non tutti si possono permettere: il 58% degli italiani ammette di non essere disposto a spendere il 20% in più per prodotti coltivati (da associazioni come Libera) su terreni o in aziende confiscati alle mafie.

Secondo il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, è necessario “spezzare il circolo vizioso che lega la criminalità alla crisi, con interventi per favorire, soprattutto tra i più  giovani, l’inserimento nel mondo del lavoro, e l’impegno delle istituzioni, della scuola e delle organizzazioni di rappresentanza per scongiurare il pericolo che legittime aspirazioni ad avere un’occupazione possano essere sfruttate per alimentare l’illegalità”.  La politica, dunque, faccia la sua parte.