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Alec Ross: “Senza un nuovo contratto sociale, il Recovery è a rischio”

·9 minuto per la lettura
Alec Ross, consigliere di Obama e di Hillary Clinton, autore de
Alec Ross, consigliere di Obama e di Hillary Clinton, autore de

“L’ho capito con Obama. Ci sono due mondi economici, quello del lavoro e quello del capitale. E quello del capitale è fatto dell’1 per cento della popolazione. Io sono della West Virginia, che è un po’ come dire la Calabria, così mentre studiavo ho lavorato come pulitore di pavimenti, ho riempito le botti di birra nei pub. Ora sono nel club dell’1%, ma anche un’eccezione”.

Il contratto sociale è saltato, il nuovo lavoro governato dalla tecnologia non produce diritti ma risentimento, i figli difficilmente riescono a superare il tenore di vita dei loro genitori, e Alec Ross, splendido quarantanovenne, famiglia materna abruzzese, crocevia di professionalità, capitali e grandi destini è la persona giusta per raccontarlo. Così ci ha scritto un libro, “I furiosi anni Venti” (Feltrinelli), dove descrive la guerra tra le entità in gioco, gli Stati, le aziende e le persone.

“Perché ho conosciuto sulla mia pelle le due dimensioni. Quella di chi non vince mai, perché deve correre una maratona con uno zaino pieno di sassi e quella di chi – con una moneta - vince sempre”.

Lei è partito dal basso, però ha vinto.

“Eh – sospira – ma io avevo una fame ‘come un lupo in inverno’.”

Era povero?

“Non proprio, ma working class.”

Beh, gran bel percorso. Consigliere di Hillary Clinton, consulente tech di Barack Obama. Scrive di sé: “Da venticinque anni lavoro assiduamente all’intersezione tra impresa e geopolitica, tra dipartimento di Stato americano, campagne elettorali, università e imprenditoria”. Una posizione quantomeno complicata.

“Sì, faccio una vita un po’ diversa dalla media. La definirei una vita di portafoglio. Non so quali sono le mie competenze, ma so che esistono all’intersezione di questi mondi. Quindi lavoro come investitore in un fondo di venture capital con più di un miliardo di dollari di asset management. Faccio il professore, insegno alla Business School di Bologna. Inoltre porto avanti le mie idee”.

Come quella della necessità di un nuovo contratto sociale, per evitare i “furiosi” anni Venti.

“Esattamente, negli Stati Uniti sono il principale sostenitore di questa esigenza”.

E perché gli anni Venti potrebbero essere più “furiosi” di altri decenni passati?

“Penso che il prossimo decennio sia un momento di transizione, come cent’anni fa, i ‘ruggenti’ anni Venti erano una transizione tra la prima Guerra mondiale, l’influenza spagnola, e un mondo molto diverso. Allora c’era una crisi economica ma anche la prospettiva interessante di poter scegliere tra modelli di governance diversi. Come sappiamo, Italia e Germania hanno scelto l’ultradestra di Mussolini e Hitler, mentre negli Stati Uniti ha prevalso l’opposto, il New Deal di Roosevelt, che ha riscritto il contratto sociale, ha ristrutturato le relazioni tra il governo, i cittadini e le grandi imprese. Ora siamo arrivati allo stesso momento. Come peraltro negli anni Quaranta dell’Ottocento, dopo la cosiddetta ‘Pausa di Engels’, nel passaggio da economia agricola a industriale.

Ma non suona un po’ strano pensare che il mondo di oggi, iper-tecnologico, debba essere regolato da un concetto come il contratto sociale, introdotto da Rousseau nel ’700?

“No, non è strano. Anche i cambiamenti dell’800 erano gestiti dalla tecnologia, quella di allora, quella della grande rivoluzione della Londra di Dickens. E per 40 anni non si era riscritto niente, poi sono arrivate le leggi sul lavoro minorile, il salario minimo, il week end, la pensione. Ecco, torniamo a oggi. Io ho tre figli, 14, 16 e 18 anni, questi ragazzi non lavoreranno per un’impresa per trent’anni per poi andare in pensione. Non funziona così, però siamo legati ancora allo stesso concetto di pensione di 160 anni fa. Pensiamo all’educazione, ai cicli scolastici più vicini all’Ottocento che all’IPhone learning di oggi… Insomma, dobbiamo riconoscere che siamo arrivati a un momento in cui servono fondamentali cambiamenti economici, sociali e nella struttura di potere, e non di natura incrementale”.

Ovvero?

“I piccoli cambiamenti non funzionano più. Hillary Clinton ha perso in parte perché proponeva piccoli aggiustamenti, mentre Donald Trump diceva: ‘Io distruggerò il sistema’”.

Pensando all’attuale segretario del partito democratico italiano che parla di “cacciavite”, lei sostiene che occorre abbandonare il riformismo ed essere radicali?

“Non so se sia la parola giusta, io direi ‘coraggio’. Si deve avere più coraggio di fare i cambiamenti difficili. Prendiamo le tasse, non possiamo fare cambiamenti incrementali del sistema fiscale, ma dobbiamo ricostruirlo. Il capitale è globale e queste grandi imprese che non pagano le tasse, seguono le leggi. Non è che sono ladri. Quindi dobbiamo cambiare con forza le leggi. Dobbiamo cambiare le regole che perpetuano il benessere dell’1% del pianeta, protetto da un sistema maestoso di avvocati e fiscalisti. Non è possibile – come scrivo nel libro – che io possa pagare le tasse in percentuale minore del ricercatore di 25 anni che lavora per me. Perché lui vive nel mondo del salario e io in quello del capitale. La realtà deve essere rovesciata. È pazzesco sapere che Jeff Bezos o Donald Trump non pagano le tasse”.

Compreso cosa sia andato storto, passiamo a come sistemarlo. Nel libro lei parla della necessità di passare a un capitalismo di stakeholders, cosa intende?

“Un sistema in cui c’è una divisione dei proventi tra azionisti, dipendenti e comunità. I profitti non devono andare solo agli azionisti. In Italia ci sono esempi molto importanti di imprese che operano in questo modo, anche diversissime tra loro, come la Marchesini di Bologna o quella di Brunello Cucinelli. Nella prima, talmente c’è interconnessione con l’ecosistema, con l’indotto, che quando c’è un’onda – boom – tutti crescono. Nella seconda c’è una distribuzione di benessere molto interessante, e non solo a livello di salario, io ci sono stato diverse volte, e alle 17, 17.30 le luci dello stabilimento si spengono. Rimangono accese solo nel corridoio e in alcuni uffici esecutivi. Non si deve più lavorare, si deve fare altro”.

Lei spende parole di elogio per il modello italiano, per l’economia di prossimità.

“Sì, scrivo che esco di casa a Bologna e passeggio per i portici trovo il mio fruttivendolo, poi trovo il mio farmacista. Tutto questo, per esempio, negli Stati Uniti non esiste. Tutto è gigantesco e impersonale. In Italia ogni italiano ha lo stesso farmacista da vent’anni, da noi un operatore sconosciuto di una grande catena, che non vedi nessuna volta. Così in altri settori. Ci sono dieci, punto. Questa relazione tra fruttivendolo, farmacista e cliente, è una forma di ricchezza molto importante”.

Insomma, però anche questo nostro sistema – lei scrive – è entrato in crisi, anche con la pandemia, e non dobbiamo seguire il modello americano.

“Nemmeno quello cinese, troppo autoritario. Il modello italiano come nel resto dell’Occidente è entrato in crisi perché vittima delle troppe interconnessioni globali. Ma per uscirne deve seguire un percorso suo, come ogni Paese. Invece di guardare a Washington o a Pechino, bisogna guardarsi allo specchio, e non deve farlo solo il governo centrale, ma anche le imprese, il mondo accademico, i sindaci. Bisogna guardarsi allo specchio in maniera diffusa. Sul territorio. Per non rimanere schiacciata, l’Italia necessita di un modello di crescita che contempli i diritti dei cittadini. Poi ci sono le idee, io ne offro quattro all’Italia: digitalizzazione, aiutare nuove generazioni a crescere, empowerment femminile, ottimismo”.

Sono quattro idee che il governo Draghi incarna già?

“In questo governo ci sono esperti che penso che abbiano valori giusti, ma dobbiamo vedere se hanno anche il coraggio, e se riescono a gestire il cambiamento in un parlamento dove ci sono ancora buffoni, o gorilla, come li chiamo io”.

Gorilla?

“Sì, io penso che Salvini sia un gorilla. Ragiona come un gorilla e ha istinti da gorilla. Ecco, nel governo ci sono Draghi, Giorgetti, Colao, Giovannini, ma anche gorilla – non solo Salvini, sia chiaro - che potrebbero intralciarne l’azione. Il problema è che i periodi di transizione sono difficili e i problemi complicati”.

E a proposito di difficoltà, la politica da sola sembra non garantire la tenuta democratica necessaria per attuare le riforme necessarie per il Recovery. Semplificando, senza un nuovo contratto sociale non è possibile fare le riforme necessarie al Recovery? Sarebbe solo territorio fertile per il risentimento?

″È proprio così, talmente complessa deve essere l’azione, e non a breve termine. Guardi, io stesso ho gestito una parte di Recovery Fund, nel 2009 con Obama, dopo la crisi dei mutui subprime. Ho gestito quasi il 4% di 687 miliardi di dollari e posso dire una cosa: se paragoniamo questi fondi al cibo, dobbiamo pensarli come proteine, non come carboidrati. Non serve energia per breve tempo, ma muscoli. Non serve un semplice stimolo nel corpo, ma un aiuto per dieci-quindici minuti. Inutile disperdersi in mille progetti, ma concentrarsi su grandi azioni magari meno ‘sexy’, meno visibili: digitalizzazione, educazione, infrastrutture, specie al Sud dove c’è una potenzialità straordinaria, e riforma della Pa e della giustizia, per attrarre investimenti. Sono sicuro che Draghi ha una mentalità da proteine più che carboidrati”.

Meno male, lei investe in Italia?

“Non ancora, ho degli occhi aperti, ma non ancora. Troppa burocrazia e la giustizia non funziona. Ma il giorno in cui funzionerà, immagino la Sicilia con le infrastrutture, ci sarà un’onda di investimenti”.

Senza nuovo contratto sociale, però, niente riforme.

″È una rete. Come con Franklin Roosevelt negli anni Trenta”.

Ci vuole un ‘new new Deal’?

“Sì”.

Lo farà Joe Biden?

“Vedremo. Lui stesso ha detto che è una figura di transizione. Non avevo mai sentito queste parole da un politico. Il problema è che gli Stati Uniti non è un Paese, ma due. Metà della nazione voterebbe una legge che dice che il sole sorge a est e tramonta a ovest… il lavoro più importante per Biden è riuscire a ricucire gli Stati Uniti dove la situazione è quasi tribale, e bruttissima. E qui torniamo alla parola ‘rage’ (furore) che ho usato nel titolo del libro, che va pensata nella duplice connotazione, di rabbia, ma anche positiva – come dice mio figlio di 18 anni, ‘può essere come una bella festa a mezzanotte’”. Il decennio può finire come un deserto di rabbia e violenza, come in Mad Max, o come in una bella festa”.

Previsioni? Quale scenario prevarrà?

“Io sono ottimista. Ma bisogna fare le cose giuste e difficili. Altrimenti gli Stati Uniti finiranno come tutti gli altri imperi”.

Cose giuste e difficili’, ma mi pare di capire, allargando lo sguardo, non di destra o di sinistra. Non vede un problema di destra o sinistra nella eventuale riscrittura del contratto sociale’

“No. Infatti, ci sono delle parole che nel libro non si trovano. Non si trova la parola Trump, Obama, Biden, Clinton, Johnson, Draghi, Merkel. Queste parole non esistono. Perché prima di tutto voglio che pensiamo a questi temi a livello di sistemi e non di personaggi, ma anche perché la polarizzazione politico economica di domani non sarà più sinistra-destra, ma aperto-chiuso. E indicherà un nuovo modello, meno pigro, che descrive meglio il mondo”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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