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Allarme Moody's: 549 miliardi di titoli tossici in 5 banche

Rossana Prezioso
 

5 banche europee si dividono 550 miliardi di titoli tossici. Troppi per Moody's che lancia l'allarme. Ecco i nomi degli imputati.

L'allarme di Moody's

Abs, Cdo, Npl e mutui subprime cartolarizzati sono le voci negative e spesso troppo pesanti, ancora presenti nei conti delle banche europee nonostante le tante opere di messa in sicurezza del panorama di credito del vecchio Continente e i diversi esami e stress test della Bce (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) . Moody's se ne è accorta e ha messo sotto torchio 5 grandi istituti, nello specifico Deutsche Bank (IOB: 0H7D.IL - notizie) , Royal Bank of Scotland (Londra: RBS.L - notizie) , Barclays (Londra: BARC.L - notizie) , Credit Suisse (IOB: 0QP5.IL - notizie) e Ubs (Londra: 0QNR.L - notizie) che avrebbero in pancia troppe sofferenze e, oltre alle perdite, dovranno registrare anche i costi delle attività di smaltimento delle tossicità. Con tutte le conseguenze sulla redditività. Numeri alla mano Ubs dal 2012 ad oggi sarebbe riuscita a smaltire non oltre il 30% della zavorra mentre Barclays (Swiss: BARC.SW - notizie) è riuscita a fare meglio puntando al 50%. eppure, nonostante questo, è proprio Barclays a dover registrare ancora il maggior numero di titoli tossici per un controvalore che supera i 300 miliardi, seguita a ruota dalla Royal Bank of Scotland, già salvata dal governo inglese durante i momenti più bui della crisi, ma che non è riuscita a risollevarsi del tutto visto il suo fardello di tossicità "fermo" a 133 miliardi. Ubs e Credit Suisse seguono a ruota appaiate tra 57 e 56 miliardi rispettivamente. La più efficiente? Deutsche Bank: titoli tossici in pancia non oltre i 5,8 miliardi. Questi numeri, però, non rappresentano solo un peso, un punto interrogativo dettato dalla potenziale illiquidità degli asset e una serie di costi, come detto, per le banche stesse ma anche un vento contrario vista la svalutazione praticamente obbligatoria cui sono soggetti di anno in anno e che, solo nel primo trimestre 2017, hanno registrato perdite cumulate per oltre 3 miliardi di dollari che diventano addirittura 132 se si sommano le perdite aggregate di tutti e 5 gli istituti negli ultimi 6 anni.

L'evoluzione della crisi bancaria 

Era il 2007 e i primi sintomi di un malessere generalizzato sul sistema bancario europeo erano palesi. Nulla si fece, fino a quando non furono gli Usa a rendere manifesta la crisi con i mutui subprime che erano ormai distribuiti come caramelle. Da allora sono stati fatti tanti progressi sul controllo delle norme che regolano l'ambiente finanziario e anche grazie ai diversi provvedimenti messi in piedi dalle barie banche centrali, gli istituti maggiori sono stati messi in sicurezza. Non solo, ma dall'altra parte dell'oceano, complice anche la struttura stessa dell'economia Usa, meno bancocentrica, le banche a stelle e strisce hanno potuto liberarsi dei titoli tossici e, ancora di più, sfruttare le condizioni favorevoli dettate dai tassi bassi. Sì, perchè a differenza di quello che si potrebbe pensare, le banche Usa non vedono nel margine di interesse il guadagno maggiore, preferendo invece le attività di trading e gestione del risparmio, queste ultime enormemente favorite dalle politiche di accomodamento delle banche centrali, Fed in primis. Una conferma è arrivata eni giorni scorsi proprio dal report reso noto dal Comitato di Basilea e dal quale si evince che nel giro di 10 anni, ovvero dall'adozione delle misure di protezione del credito ad oggi, gli istituti mondiali hanno visto un rafforzamento del capitale da 1.600 miliardi, un cuscinetto che ha permesso al Common Equity Tier 1 delle prime 200 banche mondiali di arrivare dai precedenti 2,12 trilioni del 2011 agli attuali 3,73 milioni di fine 2016. Sebbene il risultato sia un'implicita conferma che le misure adottate abbiano portato risultati positivi, dagli Usa arriva la tentazione di abolire quegli stessi paletti che ne hanno permesso il raggiungimento. Magari approfittando proprio del fatto che in questi 10 anni le banche Usa hanno visto vantaggi maggiori e migliori performance. Numeri alla mano, infatti, per l'Europa si ha un Cet1 a +56,8%, la metà di quello registrato sia in Usa che nel resto del mondo.  

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