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Amazon, dipendenti depressi e con istinti suicidi

(Getty)

I dipendenti di Amazon fanno la pipì nelle bottiglie per non perdere tempo”. E’ la denuncia del giornalista inglese James Bloodworth, autore di Hired, il libro denuncia pubblicato il 18 marzo, in cui racconta la sua esperienza per sei mesi in incognito nel mondo della gig economy, quella dei “lavoretti” saltuari.

I dipendenti soffrono di depressione

Come se non bastassero gli attacchi frontali delle ultime settimane di Donald Trump. Amazon finisce di nuovo sotto accusa. Dopo un sondaggio della britannica Organise, realizzato su cento dipendenti del deposito di Rugeley, nello Staffordshire, nord dell’Inghilterra. L’organizzazione, che si batte per migliorare le condizioni sul posto di lavoro, ha svelato come la metà dei cento intervistati, su un totale di 1.200 persone impiegate nel magazzino da 65mila metri quadrati, ha ammesso di soffrire dei depressione da quando lavora ad Amazon.

Tentazioni suicide

Otto degli intervistati hanno anche ammesso di avere “tentazioni suicide”. I tre quarti ha ammesso di evitare di bere, fino ad assetarsi, per limitare le visite al bagno e mancare gli obiettivi sulla produttività. Il giornalista Bloodworth ha trascorso un mese nel mega deposito inglese di Amazon e ha svelato cosa accade ai lavoratori.

Le perdite di tempo ridotte al minimo

Le toilette possono essere anche a dici minuti e quattro piani di distanza dal posto in cui si lavora”, racconta il giornalista. “La gente faceva pipì nelle bottiglie per paura di perdere il lavoro o essere punito”. Nel timore di furti, i dipendenti vengono continuamente controllati, con un sistema di sicurezza e scanner che ricorda quello degli aeroporti. E rischiano anche la perquisizione dell’automobile in caso di sospetti.

Niente telefoni cellulari

Vietati i telefoni cellulari, occhiali da sole e cappucci al lavoro. Qualcuno ha raccontato di aver avuto un episodio di epilessia.Mi hanno portato all’ospedale – racconta il dipendente – ma il giorno dopo ho ricevuto una chiamata in cui si chiedeva perché non mi fossi presentato al lavoro”.