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Ambrosetti: tempesta perfetta sull’agroalimentare tra inflazione e guerra

Image from askanews web site
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Milano, 17 giu. (askanews) - La filiera agroalimentare italiana è la prima per contributo al Pil nazionale, con 65 miliardi di euro di valore aggiunto, genera un fatturato totale di 204,5 miliardi di euro, con un incremento del 3,8% dal 2015, e in termini di export ha raggiunto la soglia record dei 50,1 miliardi di euro (il 10,8% in più rispetto al 2020), permettendo alla bilancia commerciale di registrare un surplus pari a 3,3 miliardi di euro. Il vino si conferma il prodotto italiano più venduto all'estero con una market share sull'export pari al 14,3% e un giro di affari di 7,1 miliardi di euro. Nella geografia delle esportazioni, la Germania resta il principale Paese con una quota del 22,4% e un fatturato di 8,4 miliardi di euro (+6,6%). Seguono Stati Uniti e Francia, vicini tra loro con una quota rispettiva del 15,1% e del 15%. A livello occupazionale, il settore offre lavoro a 1,4 milioni di persone (di cui 483.000 nell'industria del Food&Beverage e 925.000 nel comparto agricolo). E' questa la fotografia del comparto che emerge dal position paper 'La Roadmap del futuro per il food&beverage: quali evoluzioni e quali sfide per i prossimi anni', presentato alla prima giornata del sesto forum sul Food & beverage organizzato da The European House - Ambrosetti a Bormio.

Nonostante i numeri appena citati, però, la filiera, secondo The European House - Ambrosetti, è nel pieno di una 'tempesta perfetta' dove le criticità strutturali si sommano agli effetti di cinque fattori contingenti: pandemia, guerra, inflazione, l'esplosione dei costi energetici e di logistica, l'interruzione di alcune filiere di approvvigionamento.

Secondo lo studio di The European House - Ambrosetti se il settore è stato quello che, nel 2020, ha mostrato maggiore resilienza alla pandemia, subendo complessivamente una perdita contenuta del valore aggiunto dell'1,8%, è anche vero che nel 2021 è cresciuto meno degli altri principali comparti e, pur riportando una progressione del 6,2%, è riuscita a fare meglio solo dell'industria farmaceutica (+2,2%). Spostando l'attenzione verso l'export, la performance dell'ultimo biennio non si può definire sbalorditiva se analizzata rispetto agli altri settori. Nel 2019-2021 l'incremento del 13,6% colloca l'agroalimentare al terz'ultimo posto nel ranking delle principali filiere italiane. Il Paese è inoltre solo quinto in Unione Europea per valore delle esportazioni alimentari, un valore pari al 65% dell'export tedesco e al 72% di quello francese. La performance del Paese non migliora guardando all'incidenza dell'export agrifood sul totale, pari al 9,7%, metà della quota spagnola e il 70% di quella francese.

A questo si aggiunge il fatto che il settore in questo momento opera in un contesto turbolento, caratterizzato da cinque fattori di rischio responsabili di quella 'tempesta perfetta' cui si accennava prima. A rallentare e minare lo sviluppo spicca prima di tutto la costante ascesa dell'inflazione, mai così alta negli ultimi 30 anni. Paragonando aprile di quest'anno a quello del 2021, il prezzo del grano è incrementato senza freni del 230% e quello del mais del 130% (AT: Aprile 2022). Inevitabili le conseguenze negative per le tasche delle famiglie italiane, il cui paniere della spesa è aumentato del 2,9%. Il conflitto russo-ucraino ha contribuito non poco al fenomeno aggiungendo un problema di reperibilità di alcune materie prime di cui il nostro paese è molto carente con nuovi rischi per alcune filiere agroalimentari chiave del Paese: infatti, l'Ucraina è il primo fornitore di olio di girasole per l'Italia, primo fornitore di semi e secondo fornitore di mais ed elementi nutritivi per le coltivazioni, con pesi sul totale dell'import che vanno dal 15% fino al 63% (è il caso dell'olio di girasole, elemento chiave anche per alcune filiere di trasformazione). La carenza di materie prime agricole è un gap che nel 2021 si è ulteriormente ampliato. Un dato di fatto confermato dai numeri diffusi da The European House - Ambrosetti, secondo i quali, lo scorso anno, l'Italia ha aumentato di 1 miliardo di euro ulteriore la sua dipendenza da materie prime agricole, raggiungendo un deficit commerciale complessivo di 8,5 miliardi di euro nel 2021. In generale, analizzando l'andamento dal 2010 al 2021, il nostro Paese ha 'perso' oltre 85 miliardi di Pil proprio a causa di questa situazione che lo vede costretto ad acquistare da Paesi terzi i prodotti necessari in ambito di produzione agricola. Spicca soprattutto la scarsità di cereali reperibile a livello nazionale, che comporta un deficit della bilancia commerciale di quasi 5 miliardi di euro, ma si bussa alla porta di fornitori stranieri anche per il pesce lavorato (-4,4 mld) e i prodotti ittici (-1,2 mld), la carne lavorata (-3,6) e gli oli e i grassi (-2,7), molti di questi proprio provenienti da Ucraina e Russia.

Quali sono le ragioni di questo contesto così problematico? The European House - Ambrosetti richiama l'attenzione su due motivi: a indebolire la competitività della filiera agroalimentare italiana interviene, da un lato, la frammentazione delle imprese della nostra Penisola (il 92,8% fatturano meno di 10 milioni di euro), e dall'altro il fenomeno dilagante dell'italian sounding a cui nella seconda giornata del Forum verrà dedicata un'approfondita e innovativa ricerca.

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