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Ammaccato, l'acciaio torna italiano

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Acciaio (Photo: Getty&HP)
Acciaio (Photo: Getty&HP)

Il mese da cerchiare in rosso sul calendario è maggio 2022. Per quella data il grosso dell’acciaio italiano, sebbene parecchio ammaccato, sarà di nuovo in mani italiane: Taranto prima, Piombino poi e infine Terni, con l’annuncio di oggi, largamente atteso, della cessione di Ast (Acciai Speciali Terni) al gruppo Arvedi da parte della tedesca Thyssenkrupp. Da mesi l’acciaio italiano, finito in una profonda crisi esistenziale oltre che contabile, è al centro di un risiko imprenditoriale tra grandi gruppi nazionali e stranieri a cui anche il Governo, attraverso il suo braccio operativo Invitalia, l’agenzia per gli investimenti del Tesoro, ha deciso di partecipare ritagliandosi un ruolo di primo piano. Non è il caso di Ast, dove la cessione dello stabilimento è stata fin dall’inizio una partita a due tra il gruppo di Mantova, Marcegaglia, e quello di Cremona, Arvedi, che alla fine l’ha spuntata. Gli altri due acquirenti, il più grande produttore cinese Baosteel e i coreani di Posco, non sono mai stati realmente in partita anche per i rumors di un possibile ricorso del Governo al golden power se gli impianti fossero passati ad altrisoggetti esteri.

Il closing dell’accordo di vendita annunciato oggi è previsto comunque entro la prima metà dell’anno prossimo, ma per ora le parti hanno deciso di non divulgare il prezzo. La stima si aggira tra i 500 e i 700 milioni. Il gruppo Ast, con un fatturato di circa 1,7 miliardi nell’esercizio 2019/2020, impiega attualmente circa 2.700 dipendenti. I tedeschi di TK per ora non hanno chiuso la porta a un’eventuale partecipazione di minoranza nella proprietà italiana, a cui passeranno anche la relativa organizzazione commerciale in Germania, Italia e Turchia. Quello di Ast è però solo l’ultimo passaggio di mano di un grande stabilimento italiano, dopo quelli (in programma) dell’ex Ilva di Taranto e il Jsw di Piombino. Sintomi di un cambio di passo da parte del Governo nel comparto della siderurgia, oggi considerato di interesse rilevante per il Paese dopo anni in cui gli investitori stranieri, per le cause più disparate, hanno promesso un rilancio del settore che non c’è mai stato. L’interesse del Governo Draghi dovrebbe tradursi in concreto in un Piano nazionale per la siderurgia a cui da settimane si starebbe lavorando, ma di cui al momento si conosce ben poco. Di certo, i tre grandi stabilimenti dell’acciaio ne saranno interessati direttamente.

L’uscita di Thyssenkrupp da Terni dopo 27 anni fa parte del programma di riassetto che il gruppo tedesco sta portando avanti. “Siamo certi di consegnare Ast in buone mani. Nel corso delle trattative abbiamo potuto accertare che Arvedi offre al settore dell’acciaio inossidabile di Thyssenkrupp e quindi a voi, cari colleghe e colleghi, migliori prospettive per il futuro”. Il gruppo Arvedi ha accusato il colpo della pandemia ma è tuttavia riuscita a chiudere il 2020 con un utile di 34,5 milioni e senza aver mai fatto ricorso a cassa integrazione Covid o altri strumenti di sostegno al reddito per i suoi 3800 addetti. I ricavi del gruppo sono stati di 2,3 miliardi, di cui 1,7 miliardi derivanti dalle acciaierie di Cremona. I sindacati si dicono soddisfatti per la cessione ma ora aspettano di vedere il piano industriale e investimenti.

La residuale presenza dei tedeschi potrebbe, in una logica di mercato, fare comodo al nuovo proprietario cremonese. Sebbene la Germania sia autosufficiente nella produzione siderurgica, sull’acciaio inossidabile risulta ancora importatrice netta. Prima del Covid, dati Siderweb, il Paese della Thyssen (un mercato da 38 milioni di tonnellate) ha importato 1,4 milioni di tonnellate di inox: per i coils laminati a freddo in acciaio inossidabile e altri legati l’Italia copre circa il 20% delle importazioni tedesche. Il ruolo di Terni, che ha il suo core business nei laminati piani inossidabili, è centrale, soprattutto dopo anni di declino. AST è market leader in Italia e tra i primi quattro produttori in Europa. L’anno scorso tuttavia la produzione di acciai speciali, un comparto che in Italia vale circa 14 miliardi di euro per circa cinque milioni di tonnellate, è calata di circa il 20%. Ma il 2020 è stato un anno nero per tutte le capitali italiane dell’acciaio: Terni ha chiuso con un rosso di 157 milioni, l’ex Ilva ha registrato perdite per 265 milioni e Piombino per 60 milioni. La pandemia ha colpito, come ovvio, tutta la siderurgia italiana che l’anno scorso ha visto crollare le sue esportazioni per un valore di 3,4 miliardi, perdendo più del 18% sull’anno prima.

Ma il trend di decrescita era già in corso nel 2019 quando l’utile della filiera siderurgica era crollato a 400 milioni di euro, registrando una perdita del 75% rispetto all’anno prima, sempre dati Siderweb. L’Italia esce piuttosto malconcia dalla parentesi indiana per due dei suoi principali impianti, Piombino e soprattutto Taranto, che l’anno scorso, tra pandemia, dissidi gestionali, procedimenti giudiziari e vertenze sindacali, ha visto la sua produzione scendere del 57%. Un tempo la più grande acciaieria d’Europa a ciclo integrale, dal minerale di ferro al prodotto d’acciaio, sfornava sei milioni di tonnellate l’anno, oggi stenta ad arrivare a tre milioni e mezzo. Tra spade giudiziarie di Damocle e scontri politici tristemente noti, ad aprile il Governo attraverso Invitalia ha messo sul piatto 400 milioni per fare il suo ingresso nel capitale di AM InvestCo Italy S.p.A., la società affittuaria dei rami di azienda di Ilva in Amministrazione Straordinaria e controllata dal colosso franco-indiano ArcelorMittal. Al momento all’agenzia per gli investimenti pubblici guidata dall’ex commissario al Covid Domenico Arcuri sono in capo il 38% delle azioni e il 50% dei diritti di voto, ma è previsto che salga, entro maggio 2022, fino al 60% con un nuovo aumento fino a 680 milioni. Complessivamente lo Stato mette sul piatto più di un miliardo di euro per tornare sul mercato dell’acciaio. L’obiettivo è già scritto: portare entro il 2025 Taranto a produrre otto milioni di tonnellate d’acciaio dai 3,5 di oggi, un terzo con forni elettrici.

Superato l’ostacolo del Consiglio di Stato che a giugno scorso ha di fatto tenuto aperto l’impianto tarantino, rovesciando la sentenza del Tar pugliese che ne disponeva la chiusura sulla base dell’ordinanza del Comune di Taranto, ora il Governo deve fare i conti con una confisca dell’area a caldo stabilita dalla Corte d’Assise tarantina con la sentenza di condanna per disastro ambientale della famiglia Riva, gli ex proprietari, nel processo Ambiente Svenduto. Confisca (parchi minerari, cokerie, altiforni ecc) al momento non operativa ma che lo sarà solo dopo la sentenza in Cassazione, se confermata. Prima di allora bisognerà procedere alla transizione green degli impianti, riducendo le emissioni e l’alto tasso di inquinamento provocato dalle sue attività industriali. Gran parte delle risorse per la riconversione dell’ex Ilva dovrebbero arrivare dai fondi europei nell’ambito del Just Transition Fund, pari a poco meno di un miliardo. “La produzione con metano e fusione in forno elettrico genera circa il 30% di emissioni di CO2 rispetto al ciclo integrale, e il successivo sviluppo con idrogeno verde aumenta l’abbattimento delle emissioni al 90% circa”, ha scritto il Governo Draghi nel Pnrr.

Invitalia tuttavia ha deciso di mettere radici anche nell’altro grande centro dell’acciaio italiano, l’ex Lucchini di Piombino. Qui gli indiani di Jindal sono arrivati nel 2018 rilevando per circa 100 milioni il sito Aferpi dal gruppo algerino Cevital, impegnandosi a rilanciare la produzione di acciaio e a costruire due forni elettrici per una produzione di almeno due milioni di tonnellate. Come quelli algerini, anche i progetti indiani sono nel tempo sfumati, tra le tante promesse di un ritorno a ritmi produttivi elevati e il graduale passaggio all’elettrico. La proprietà ha promesso un piano ma lo ha costantemente rimandato fino a gennaio scorso (ed è stato considerato poco credibile da Governo e Regione), nonostante il pressing crescente di sindacati e istituzioni locali. La svolta è arrivata nel 2020 quando l’ex Governo Conte ha aperto a un intervento dello Stato nel siderurgico toscano. In questi giorni l’esecutivo Draghi sta proseguendo su quella strada, con l’intenzione di rilevare il 49% della proprietà. Ieri la viceministra dello Sviluppo economico Alessandra Todde ha assicurato che il governo è intenzionato a firmare il protocollo per entrare nel capitale di Jsw Steel Italy, sempre attraverso l’agenzia di Arcuri: “Dopo la firma ci sarà qualche settimana di due diligence, perché l’ingresso di Invitalia comporta la valutazione dello stabilimento”, e dunque “comporta il fatto che Jindal e Invitalia si devono mettere d’accordo”. Todde ha lanciato un messaggio ai proprietari indiani: “Il governo è disponibile a investire, vuole far parte della governance, ma all’azienda deve essere chiara una cosa: non siete gli unici player sul mercato. Ora basta perdere tempo”.

Oggi l’acciaieria impiega circa duemila dipendenti, molti dei quali in cassa integrazione. Ma a Piombino non sono stati tempi facili nemmeno per la Magona, stabilimento che l’onnipresente ArcelorMittal ha ceduto due anni fa alla Liberty Steel di Gfg Alliance, il gruppo internazionale di Sanjeev Gupta, travolta dal crac della sua banca di riferimento Greenshill Capital. L’acciaieria nei mesi recenti ha dovuto rallentato la produzione perché ArcelorMittal aveva bloccato le forniture di coils, rivendicando un credito milionario nei confronti di un altro stabilimento del gruppo Liberty Steel, in Belgio. Ad agosto Liberty Steel Group annuncia che lo stabilimento Liberty Galati sarà il nuovo principale fornitore di coils per gli impianti europei del gruppo, Piombino compresa, per un ritorno alla piena produzione.

Taranto, Piombino e Terni sono esempli calzanti di quanto sia strategico per un Paese governare la sua filiera dell’acciaio. Tra dispute politiche, piani industriali latitanti e promesse mancate, si è successivamente inserita la pandemia. Oggi l’acciaio, come tante altre materie prime, fa registrare una carenza sui mercati globali che ne ha fatto schizzare il prezzo. Tra novembre 2020 e luglio scorso il prezzo del tondo d’acciaio per il cemento armato è aumentato del 243%, una tonnellata di inox ha toccato i quattromila euro per tonnellata, mentre il laminato a caldo sul mercato europeo prezza intorno duemila euro per tonnellata. Dinamiche che sono conseguenze di colli di bottiglia nelle catene di fornitura, oggi la causa principale di un generalizzato aumento dei costi alla produzione e che si teme ora possa scaricarsi sul consumo e sulla ripresa economica post-Covid. Una penuria esacerbata peraltro dalle tensioni commerciali tra Europa e Cina. A causa dei dazi sull’acciaio, nei giorni scorsi nei giorni scorsi sono rimasti bloccati nei porti di Ravenna e Marghera ingenti quantità d’acciaio, circa mezzo milione di tonnellate. Per capire le intenzioni del Governo bisognerà aspettare il Piano Nazionale per la siderurgia, ma un dato è certo: per quanto ammaccato, l’acciaio torna in mani italiane.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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