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Antifragile, l'elogio di Taleb al disordine virtuoso

Maria Rosaria Iovinella
Antifragile. Prosperare nel disordine. (550 pagine, 24 euro, Il Saggiatore)

L'urgenza di un libro si nota sempre dalla sua capacità di farsi prisma in un peculiare momento del Reale e nel caso di Antifragile. Prosperare nel disordine (550 pag, 24 euro, Il Saggiatore) di Nassim Nicholas Taleb siamo dalle parti dell'urgentissimo.

Il saggio del filosofo, saggista e matematico di origine libanese, già autore del celebrato Il cigno nero, è una vera teoria dell'antifragile, laddove il contrario della fragilità non è robustezza ma quella forza che “si attiva, iperreagisce e sovracompensa” negli stress che mettono a repentaglio un sistema.

Un'ennesima celebrazione della crisi come opportunità per resistere alle scosse e sfidare l'imprevedibilità dell'esistenza? Non esattamente. Il libro di Taleb, molto complesso strutturalmente, non privo di interessanti, talora curiosi, riferimenti autobiografici, è più una teoria, smascherata, dei sistemi complessi e interdipendenti, di fatto quelli in cui viviamo e che però, a differenza di quanto si possa credere, non sono così organicamente diversi da noi.

Lo spiega nel terzo capitolo del primo libro, “Il gatto e la lavatrice” in cui argomenta: “Molte cose, come la società, le attività economiche, i mercati e i comportamenti culturali sono in apparenza costruzioni umane, ma crescono anche in modo autonomo fino a raggiungere una sorta di auto-organizzazione. Anche se non sono strettamente biologiche, hanno punti in comune con gli organismi viventi, in quanto, in un certo senso, si moltiplicano e si riproducono: pensate alle voci, alle idee, alle tecnologie e alle aziende. Sono più vicine al gatto che alla lavatrice,ma vengono in genere scambiate per lavatrici”.

Ed è ovvio che un sistema che scambia un gatto per una lavatrice sarà portato ad applicare rimedi che saranno adatti a un meccanismo comunque complesso, ma dalla risposta lineare, la lavatrice, a un organismo molto più complesso, dove i rapporti di causa ed effetto tanto più sono ingigantiti dalla stretta rete di connessioni interdipendenti.

Un modello dove se le cose non funzionano si aggiustano, ma la toppa non è abbastanza grande o morfologicamente adatta al buco. La ricerca continua della stabilità diventa interferenza specialmente nei sistemi politici o in quelli economici e il saggista lo esplica con grandissima chiarezza: “Sebbene l’intenzione espressa dai leader politici e dai decisori economici sia quella di stabilizzare il sistema inibendo le possibili fluttuazioni, il risultato tende a essere l’esatto opposto”.

Un atteggiamento che ormai domina ovunque e che “rappresenta da tempo, per la politica economica ed estera, una "mossa da creduloni". Gli esempi si sprecano; basti pensare alla politica mediorientale americana, che per 40 anni ha sedato problemi al fine di evitare il caos, con l’effetto collaterale che “una cricca di privilegiati ladroni ha utilizzato le superpotenze come rete di protezione,allo stesso modo in cui i banchieri usano il loro status di too big to fail”.

La stabilità come dazio da pagare, un muto che ci si accolla in nome di interessi che diventano confusi: un paradigma in cui il lettore, anche europeo, non fa fatica a riconoscersi, costretto a convivere con l'imperativo di una stabilità che troppi pretendono, l'Europa e i suoi organismi, altri fingono di ricercare, i governi di larghe intese, e che diventa più una minaccia che una risorsa.

In discussione è il mito della sicurezza ma anche e soprattutto i metodi e le scelte che rendono fondata la ricerca di questo paradigma, sempre pronto a mostrare la corda nel momento in cui i problemi emergono. Gli esempi nel libro non mancano e si va dalla critica verso accademici che dispensano consigli senza avere titoli nel portafoglio alla tendenza delle classi politiche di conservare istituzioni sistemiche, magari in campo economico, senza rendersi conto che va salvato il complesso dell'economia e non la singola banca.

Da un intellettuale come Taleb non ci si aspetta solo la critica ma anche la spiegazione del perché maturino certe attitudini, e la causa è da ricercare in una mentalità dove il fallimento non è considerato il risultato di una fragilità ma di una mancata previsione di potenziali cause.

Alla classica domanda su dove nasce la crisi economica o l'ennesima rivolta mediorientale subentra l'illusione delle catene causali locali, la  confusione tra “catalizzatori e cause”, e l’idea che sia possibile sapere quale catalizzatore produrrà un determinato effetto. Un atteggiamento che spinge i governi a spendere miliardi per indagare episodi che presi singolarmente non sono comprensibili, nemmeno a livello statistico. I problemi vanno quindi studiati non per eventi, ma nel complesso: diversamente si innesca la corsa all'investimento risolutivo, quello che alla lunga non regge il rapporto “costi-benefici”.

Una metafora ottima per tanti sistemi, compreso quello italiano, dove, senza voler mettere mano ai mali, si continua a tirare avanti nella convinzione che il contenimento e l'equilibrio siano tutto e che, riparando ogni sei mesi un pezzo alla volta, la rottamazione della lavatrice, e di chi la gestisce, si allontani sempre più.