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Antonella Stirati: "Il conto dell'inflazione lo pagheranno dipendenti e pensionati"

·6 minuto per la lettura
Alessandra Stirati (Photo: Università Roma Tre)
Alessandra Stirati (Photo: Università Roma Tre)

Europa più 4,1 per cento, Italia più 3. È tornata l’inflazione. C’è da preoccuparsi? E chi, soprattutto, deve temere per la tenuta del proprio potere d’acquisto? «Prima di tutto occorre attenzione nel maneggiare questi dati. Oggi I’Istat ci dice che i prezzi sono aumentati a ottobre 2021 sull’anno precedente del 3 per cento. Ma nel corso del 2020 i prezzi hanno subito varie oscillazioni, anche in negativo. Tra ottobre 2019 e oggi, cioè in due anni, i prezzi al consumo sono cresciuti in tutto di 2,8 punti. Una crescita maggiore che negli anni precedenti il 2019, ma ancora molto contenuta. L’Istat indica con chiarezza che ciò è dovuto ai prezzi dei beni energetici e delle relative bollette: al netto dell’incremento di questi ultimi l’inflazione ‘di fondo’ si attesta intorno a un punto percentuale». Antonella Stirati, professore ordinario di Economia politica a Roma Tre, invita alla prudenza, «ma certo, con l’inflazione, anche con questa inflazione per ora non preoccupante, alcune classi sociali sono più colpite, altre meno, altre addirittura ci guadagnano».

Intanto ci sarebbe da appurare se questa sia solo una breve fiammata inflazionistica, come le banche centrali tendono a credere, oppure se sia l’inizio di un periodo in cui i prezzi salgano stabilmente anno dopo anno.

«Quest’inflazione al momento è originata soprattutto dall’aumento dei prezzi delle materie prime ed energetiche e da alcune strozzature: a causa della pandemia alcuni produttori di materie prime o semilavorati hanno smesso di lavorare a pieno regime. Prima di riprendere appieno ci vuole un po’ di tempo. Questa fiammata inflazionistica sembra dunque destinata a rientrare, a meno che non intervengano altri fattori che per ora non vediamo».

Anche se è di breve termine, la crescita dei prezzi produce comunque degli effetti. Gli italiani vanno a fare la spesa e devono pagare di più. Chi viene colpito soprattutto?

«Un aumento dei prezzi dei beni importati implica a parità di altre condizioni una diminuzione del reddito disponibile delle famiglie italiane. A pagare di più questo “conto” saranno i soggetti più deboli, ovvero i lavoratori dipendenti e i pensionati. Si tratta di redditi perlopiù non indicizzati all’inflazione e che non possono compensare questi aumenti, a meno che non ci sia uno scatto nella capacità di negoziazione di questi soggetti con gli imprenditori e lo Stato».

In altre parole, quest’inflazione, seppur ancora non a livelli preoccupanti, si mangia un pezzo dei salari?

«Sì. Ma il problema non è soltanto contingente. Negli ultimi 40 anni si è visto un trend continuo di caduta della quota dei redditi da lavoro dipendente sul Pil. Ci dobbiamo preoccupare della debolezza dei lavoratori dipendenti, in realtà. Un fatto che non riguarda soltanto l’Italia anche se qui è più accentuato che altrove. Anche in Germania, ad esempio, c’è un trend declinante della retribuzione rispetto alla produttività. Ma in termini di retribuzione assoluta l’Italia è messa molto male».

Forse perché l’aumento della produttività in Italia è stato particolarmente basso.

«Sì, ma non è soltanto questa la causa dei bassi salari: la quota di prodotto medio per lavoratore che va a pagare la retribuzione media del lavoro è calata, a vantaggio di altri tipi di reddito, in particolare reddito da capitale».

Lei ha ricordato che i percettori di reddito fisso sono quelli più colpiti dall’aumento dei prezzi. E invece i lavoratori autonomi e le imprese si difendono meglio?

«In generale sì, ma bisogna fare delle importanti distinzioni».

Quali?

«Per quanto riguarda i lavoratori autonomi, ad esempio, certamente si salvano quei professionisti affermati e con una vasta clientela. Ma sappiamo che molti autonomi sono “finti” perché mascherano forme di lavoro dipendente meno tutelato. Altri fanno fatica ad arrivare a fine mese. I commercianti riescono più spesso a trasferire in qualche misura i maggiori costi sui clienti».

E le imprese? C’è sempre il sospetto che, oltre a chiedere di più per l’aumento dei costi, poi arrotondino i listini in modo da incorporare maggiori profitti.

«L’idea che le imprese (ma non solo loro, anche i commercianti) ci mettano qualcosa di loro non è peregrina. Tuttavia anche qui occorre fare distinzioni: le imprese manifatturiere che devono combattere con la concorrenza internazionale, hanno margini limitati per aumentare i prezzi. Le imprese che invece operano in mercati più protetti possono approfittare dell’aumento dei costi per metterci un po’ di profitto in più».

Se questa fiammata inflazionistica è di breve periodo, alla fine, venuta meno la spinta della penuria di materie prime ed energetiche e lo strozzamento produttivo, i prezzi dovrebbero scendere. Quindi dovremmo aspettarci che a un certo punto succeda questo?

«Non è detto. In passato, quando c’è stato un aumento dei prezzi delle materie prime, non si è poi verificato un corrispondente aggiustamento verso il basso dei prezzi dei prodotti quando i prezzi delle materie prime sono scesi di nuovo».

Insomma, come dicono i napoletani, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scurdammoce o’ passato. Ma passiamo ad altro. Possiamo escludere che questa inflazione diventi strutturale, magari spinta da tutta la liquidità immessa in questi anni dalle banche centrali?

«Non abbiamo la palla di vetro. Comunque, ad oggi la liquidità che è stata immessa nel sistema bancario dopo il 2008 non si è tradotta in una spinta all’inflazione. Anche perché il credito all’economia nel frattempo non è aumentato: né le imprese né le famiglie si sono indebitate di più in Italia o nell’eurozona. L’abbondanza di liquidità è servita soprattutto a difendere la stabilità dei mercati finanziari, il debito pubblico e i bilanci delle banche».

Prima lei ha ricordato la possibilità che i lavoratori dipendenti possano dare avvio a una stagione di lotta per il recupero delle perdite causate dall’inflazione. Questo potrebbe innescare una ripresa strutturale dell’inflazione?

«Sì, ma questo scenario è molto improbabile».

C’è chi, come i tedeschi, teme che l’inflazione possa essere spinta dalla continuazione di politiche fiscali e monetarie espansive e ne chiede la fine. Lei che ne pensa?

«Temo questo esito, e cioè che i segnali d’inflazione possano costituire un motivo per reintrodurre politiche deflazionistiche».

Per l’Italia sarebbe un male?

«Altroché. L’Italia è stata per anni il fanalino di coda nell’Unione europea per crescita del Pil e per occupazione. Perché più di altre nazioni, dal 1992 ad oggi, ha fatto politiche di austerità. La spesa pubblica è cresciuta decisamente meno che negli altri Paesi. Negli anni successivi al 2008 le politiche di austerità in un contesto di crisi hanno prodotto non solo la caduta del PIL ma anche, di conseguenza, un aumento del rapporto debito pubblico su PIL – il contrario di ciò che si diceva di voler ottenere».

Ma ce lo chiedeva l’Europa, era il ritornello…

«Già, con i risultati che abbiamo appena visto. Bisogna cambiare impostazione e qualcosa è già cambiato con i fondi del Next Generation Eu. Purtroppo, però, vedo all’orizzonte dei problemi perché questi fondi europei, a mano a mano che verranno spesi, faranno deficit. E dal 2023, se non c’è appunto un cambiamento profondo delle regole, dovremo tornare ad avere bilanci pubblici in pareggio. Quindi quegli investimenti del Next generation EU non potranno essere aggiuntivi bensì sostitutivi rispetto alle voci di spesa consuete. E questo purtroppo mette a rischio la loro efficacia come leva di ripresa dell’economia. Qui c’è un nodo molto importante da sciogliere a livello europeo, e non è chiaro se e quanto Draghi, che pure ha fatto dichiarazioni in favore di una politica più espansiva, voglia adoperarsi su questo fronte».

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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