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Antonietta Raphaël, l’artista lituana che viaggiò per mezza Europa ma amò soprattutto Roma (e ci rimase)

·4 minuto per la lettura
Photo credit: PhotoQuest - Getty Images
Photo credit: PhotoQuest - Getty Images

L’arte ha sempre fatto parte della vita di Antonietta Raphaël, che è stata pianista, pittrice, scultrice e ha viaggiato in due modi: spostandosi per seguire la sua vocazione (o costretta dalle circostanze della vita) oppure attraverso le sue opere che hanno raggiunto ogni angolo del mondo.

Antonietta nasce a Kaunas, un piccolo paese nei pressi di Vilnius, in Lituania. La data è stata a lungo incerta perché lei stessa confondeva le acque per non apparire più grande del marito, Mario Mafai, conosciuto a Roma durante uno dei suoi viaggi. A volte indicava il 1899, a volte il 1900, ma dal certificato matrimoniale si scopre che era il 1895.

Prima di arrivare in Italia però trascorre vent’anni a Londra. Dopo la morte del padre, rabbino nel villaggio d’origine, le cose si mettono male per lei e sua madre. All’inizio del nuovo secolo l’antisemitismo monta nell’Impero Russo perciò nel 1905 partono per sfuggire a un feroce pogrom e si trasferiscono a Londra.

Non sono anni facili, la madre lavora come ricamatrice e Antonietta studia sodo. Fanno enormi sacrifici perché possa diplomarsi in pianoforte alla Royal Academy. Nel tempo libero la giovane musicista vaga per le sale del British Museum e inizia a interessarsi di arte. Per mantenersi invece insegna solfeggio in una scuola di musica nell’East End. È quando muore anche la madre, nel 1919, che tutto cambia un’altra volta.

Non c’è nulla che la trattenga a Londra, nessuno che l’aspetti in Lituania, perciò decide di viaggiare. Prima si trasferisce a Parigi e nel 1924 approda a Roma. La luce della città, la sua bellezza abbagliante e un inatteso amore la trattengono. “Venni in Italia con progetti di ogni genere… anche quello di divertirmi… invece sposai Mafai.” Avrebbe dovuto proseguire per la Grecia, forse arrivare fino in Egitto, invece si ferma. L’anno dopo sposa il grande amore, il pittore Mario Mafai, con cui avrà tre bambine e un rapporto burrascoso, fatto di tante separazioni e altrettanti ritorni.

Miriam, la primogenita, nasce nel 1926 a Firenze perché Antonietta ha accettato un posto da insegnante di musica a Montepulciano durante una delle separazioni dal marito. Ma il richiamo di Roma è troppo potente e la famiglia si riunisce. La casa-studio di via Cavour diventa luogo d’incontro per quella che presto diventerà nota come la Scuola di via Cavour. Sono anni felici. Nascono Simona e Giulia, Antonietta dipinge. Ma serpeggia il conflitto. Racconta: “è difficile vivere insieme per due artisti che hanno la stessa arte della pittura. Io criticavo lui e lui criticava me. Così andai a scuola serale di scultura.”

Il 1930 la famiglia è a Parigi dove Antonietta inizia a coltivare la scultura. Per un periodo si trasferisce a Londra da sola dove prende uno studio e collabora con lo scultore Jacob Epstein. Ci resta fino al 1932, poi torna a Parigi fino all’anno successivo. E crea, crea, crea. Per mantenersi però deve ricominciare a dare lezioni, sia di pianoforte che di inglese.

Al ritorno a Roma si trasferisce con marito e figlie nella pensione gestita dalle madre di lui perché la vecchia casa di via Cavour non esiste più, è stata demolita. Il suo lavoro trova spazio nello studio dello scultore Ettore Colla e presto inizia a essere una presenza costante alle mostre cittadine. Eppure la carriera non decolla. E poi si avvertono già venti di tempesta tanto che la famiglia deve lasciare Roma. Antonietta è di origini ebraiche, non è sicuro per lei restare allo scoperto, specialmente dopo l’approvazione delle leggi razziali nel 1938. Si rifugiano prima nei pressi di Forte dei Marmi e poi a Genova sotto la protezione di amici collezionisti. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Mario è chiamato alle armi e Antonietta torna a Roma con la figlia più piccola e ci resta dal 1943 al 1945, poi ancora a Genova fino al 1952, tra molti disagi e pochissimi soldi.

Dopo la guerra tutto cambia una volta ancora. Partecipa alla Biennale di Venezia, la critica si accorge di lei, espone in una celebre galleria romana. Gli Anni 50, dopo un lungo periodo di difficoltà economiche e oscurità, si rivelano luminosi. Antonietta riprende a viaggiare, non più per scappare: va in Sicilia, va in Spagna, più volte, per lunghi periodi. Nel 1956 si reca in Cina con un gruppo di artisti italiani per esporre a Pechino. Le collettive si susseguono in molte parti del mondo, Asia inclusa. Negli Anni 60 e 70 sono le sue opere a circolare, non più lei. Mario è morto nel 1965 dopo una lunga e dolorosa malattia e Antonietta via via torna alla pittura perché l’impegno fisico della scultura inizia a diventare troppo oneroso. Si dedica anche alla litografia lavorando fino alla morte, nel 1975.

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