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Le aspettative sono nei prezzi, ma mancano i fatti

Pierluigi Gerbino
 

Sta diventando abbastanza estenuante la lotta fra rialzisti e ribassisti poso sotto il livello psicologico dei 3.100 punti dell’indice SP500.

Non c’è un motivo particolare, poiché quel livello non rappresenta una resistenza generata da svolte passate, dato che si tratta di un livello raggiunto solo da un paio di giorni, dall’ennesimo record storico dell’indice USA.

Forse la battaglia che si sta combattendo segnala la determinazione dei compratori, ma anche la loro oggettiva mancanza di motivazioni reali, dato che non abbiamo ancora segnali che il ciclo economico abbia intenzione di terminare la sua fase di rallentamento per riprendere a crescere sopra l’1% in Europa e sopra il 2% in USA. E’ quello che gli ottimisti sperano ed i mercati azionari un po’ hanno già scontato con i record a ripetizione delle ultime due settimane.

Se hanno ragione lo sapremo quando arriveranno i dati di novembre e dicembre, che ci diranno se l’ultimo trimestre dell’anno ha realizzato un rimbalzo congiunturale, grazie agli stimoli immediati e robusti delle banche centrali, che dopo Ferragosto e dopo gli spaventi subiti per colpa dell’inversione della curva dei rendimenti, che segnala recessione in arrivo, hanno prontamente riaperto i rubinetti monetari. Lo ha fatto la Bce, riprendendo il QE, lo ha fatto la FED, con tre tagli dei tassi consecutivi e quello strano “non QE” fatto di 200 miliardi di dollari di acquisti di titoli di stato a breve scadenza. Ha continuato a farlo la Banca del Giappone, che per la verità non ha mai smesso il suo QE.

I mercati hanno euforicamente dato per scontato che queste misure avranno l’effetto di rianimare la congiuntura e rivitalizzarla, per realizzare l’ennesima estensione del periodo di crescita che ormai in USA dura da 10 anni, ed già oggi il più lungo periodo della storia USA del dopoguerra mai vissuto senza recessione.

Però non basta dare soldi a tassi bassi se l’economia non trova motivi per investirli. E questi motivi si potrebbero trovare solo se arrivassero indicazioni chiare che la follia di Trump sia in fase di guarigione. Intendo ovviamente la follia di mettersi a fare la guerra commerciale a tutto il mondo, inaugurando un’era di protezionismo e di diffidenza globale, che ha comportato una drastica riduzione del commercio mondiale e della crescita, come abbiamo verificato in questo 2019.

E’ la classica metafora del cow boy che porta il cavallo al fiume perché possa bere, ma non può obbligare il cavallo a bere, se non vuole. Le banche centrali sono il cow boy, poiché portano la liquidità all’economia. Ma le imprese sono il cavallo, e se non vedono prospettive di crescita futura non investono, neanche se il finaziamento costa poco. Magari li usano per comprare azioni proprie, come stanno facendo in modo smodato da un paio d’anni, attraverso i buyback, che servono solo a pompare in alto l’utile per azione in modo fittizio. 

Per convincere le imprese a tornare ad investire ccorrerebbe quindi una schiarita definitiva sulla trattativa USA-Cina. Ma, nonostante i ripetuti auspici da parte americana e cinese, l’accordo per la Fase 1 del disarmo commerciale, che dovrebbe almeno porre fine all’escalation e dare inizio alla fase due di riduzione dei dazi già in vigore, stenta ad essere formalizzato e pare bloccarsi in dirittura d’arrivo.

Pertanto affiorano ogni giorno prese di beneficio da parte di chi ritiene che non sia affatto sbagliato mettere in tasca i guadagni del mini-rally attuato dai mercati a partire da inizio ottobre e basato sulle aspettative di accordo rapido.

Si è pertanto creato uno stallo che per sbloccarsi richiede a questo punto che arrivi qualcosa di concreto e definitivo, perché, francamente, i mercati paiono ormai stanchi di promesse ed auspici.

Stiamo a vedere, senza dare nulla per scontato.  

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online