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Autostrade/Benetton: si cambia, ma nulla è cambiato

·Business editor L'Huffington Post
·1 minuto per la lettura
(Photo: ANDREA LEONI via Getty Images)
(Photo: ANDREA LEONI via Getty Images)

Gli umori dei soci alla vigilia del passaggio decisivo dicono che l’assemblea sarà una formalità da sbrigare in dieci minuti. Poco conta se qualcuno dentro Atlantia non è d’accordo: i Benetton, insieme ad almeno altri due azionisti, hanno la maggioranza di Autostrade per l’Italia e hanno deciso che è arrivato il momento di venderla. Il sì dell’assemblea chiuderà quella rottura con lo Stato che si è aperta quasi tre anni fa, all’indomani del crollo del ponte Morandi. Servirà un po’ a tutti: alla famiglia di Ponzano Veneto che non solo proverà a svincolarsi dall’etichetta degli imprenditori spietati, ma potrà anche usare i soldi dell’incasso per nuovi business; alla politica che rivendicherà coraggio e capacità per aver riportato le autostrade sotto il controllo “pubblico”.

La vicenda però non è chiusa: la grande questione che l’ha generata - l’incuria nella manutenzione - non si risolve con il cambio di proprietà.

Partiamo dalla coda per capire perché la classe politica, tutta, si è lasciata sfuggire un’occasione e cioè uscire dalla retorica della tragedia che non deve ripetersi mai più. I 5 stelle festeggeranno la cacciata dei Benetton, abuseranno del termine nazionalizzazione per dimostrarsi coerenti con lo slogan del “ritorno delle autostrade in mano agli italiani”. Poco importa se quando si è passati dai festeggiamenti ai fatti, cioè alla trattativa, la nazionalizzazione pura si è trasformata nella vendita a una cordata guidata sì da Cassa depositi e prestiti, ma con dentro Blackstone e Macquarie, soggetti privati, fondi corsari. E poco importa se si è infranto anche il tabù di “mai un euro ai Benetton”. A sua volta il Pd potrà dire che ha costruito l’accordo con i Benetton, rif...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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