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Avvocato gen. Corte Ue contro norma stop Vivendi acquisto 28% Mediaset -2-

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Roma, 18 dic. (askanews) - L'Avvocato generale rileva che varie disposizioni della normativa italiana limitano la possibilità che imprese di altri Stati membri entrino nel settore italiano dei media, incidendo così sulla libertà di stabilimento.

Egli osserva, inoltre, che la tutela del pluralismo dell'informazione (articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea) costituisce una ragione imperativa di interesse generale, la cui tutela può giustificare, in astratto, l'adozione di misure nazionali che limitano la libertà di stabilimento.

L'Avvocato generale ritiene che, in linea di principio, la normativa italiana sia idonea a conseguire tale obiettivo, quantomeno in teoria, in quanto impedisce che un'unica impresa acquisisca, direttamente o tramite proprie controllate, una quota rilevante (superiore al 20%) del mercato dei media e che le imprese che già detengono una posizione dominante nel settore dei servizi di comunicazione elettronica (ad esempio TIM, che è l'impresa leader del settore) approfittino di tale circostanza per rafforzare la loro posizione nel settore dei media.

Tuttavia, l'Avvocato generale sottolinea che, oltre ad essere idonea a conseguirlo, tale normativa nazionale dev'essere proporzionata all'obiettivo di tutela del pluralismo dell'informazione, ossia non deve andare oltre quanto necessario per raggiungerlo. Sebbene spetti ai giudici nazionali ponderare la proporzionalità tra la normativa nazionale in esame e le finalità cui è ispirata, l'Avvocato generale suggerisce alla Corte di fornire agli stessi indicazioni utili al riguardo.

In quest'ottica, egli osserva, in primo luogo, che la normativa italiana definisce in maniera eccessivamente restrittiva il perimetro del settore delle comunicazioni elettroniche, escludendo nuovi mercati che sono divenuti la principale via di accesso ai media (servizi al dettaglio di telefonia mobile, servizi di comunicazioni elettroniche collegati a Internet e servizi di radiodiffusione satellitare). In secondo luogo, a suo avviso, i requisiti di proporzionalità potrebbero non essere compatibili con la quota molto ridotta di ricavi (10%) del SIC, fissata quale limite massimo per le imprese i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche superino il 40% dei ricavi complessivi di tale settore. In terzo luogo, l'avvocato generale ritiene sproporzionato calcolare i ricavi delle società «collegate» come se fossero società «controllate» quando, come sembra accadere nel caso di specie, la società (Vivendi) che detiene una quota dei diritti di voto nell'altra (Mediaset) superiore alle cifre sopra indicate non è, di fatto, in grado di esercitare un'influenza notevole su quest'ultima.