E se fossero le aziende a essere troppo "choosy"?

L'uscita molto infelice del ministro Fornero sui giovani che non dovrebbero essere troppo "choosy" nella ricerca del loro primo lavoro è stata discussa e commentata in ogni modo e a poco è valsa la precisazione di poco successiva alla dichiarazione fatta dallo stesso ministro (''I giovani italiani sono disposti a qualunque lavoro, tant'è vero che oggi sono precari. Ho detto che in passato qualche volta poteva capitare quando il mercato del lavoro consentiva cose diverse''), perché ormai il sasso era stato scagliato e quando vai a toccare in modo così avventato e superficiale un nervo scoperto come quello del lavoro in questo momento in Italia, non puoi che aspettarti un coro immediato di rabbia e indignazione. D'altronde, è stata solo l'ultima di una lunga serie di esternazioni fatte da rappresentanti di questo governo (ma il precedente non è stato da meno, da ricordare su tutte l'allora ministro Brunetta che definiva i precari che lo contestavano "l'Italia peggiore") volte a sminuire, screditare, umiliare e semplificare il mondo del lavoro e, soprattutto, distogliere l'attenzione dai problemi reali e dalle cause dirette dei problemi.

Tra le varie discussioni in Rete emergono diverse testimonianze di situazioni che chiunque abbia effettivamente dovuto scontrarsi con la ricerca di lavoro (disposto ad accettarne di qualunque tipo purché in grado di coprire, per dire, l'affitto di casa o anche solo di una stanza in un appartamento in condivisione con altri) ben conosce e che portano a rovesciare l'osservazione del ministro. Molto spesso infatti non sono i giovani a essere troppo esigenti, ma le aziende stesse, che non sembrano mai soddisfatte di quello che gli si può offrire. Il primo scoglio sono i requisiti richiesti, che spesso un neolaureato in cerca di una prima occupazione, semplicemente, non può avere. Ma scorrendo i commenti indignati delle persone su un social network "tematico" come LinkedIn, ci si può imbattere in testimonianze emblematiche per chi ha tra i 20 e i 40 anni. Si va dalle aziende che dichiarano di dare priorità ai candidati residenti in zona, nonostante ci si dichiari assolutamente disposti a spostarsi da dove si abita, al classico dei classici del profilo troppo alto per il ruolo da coprire; dalle richieste di figure iperspecializzate, in grado di parlare quattro lingue e disposte a viaggiare per tre settimane al mese per un compenso di 40.000 euro lordi all'anno, al paradosso dei ventenni che si sentono rispondere di non avere abbastanza esperienza per poi, una volta raggiunti i trent'anni, ottenere come risposta il fatto che si cerca qualcuno di più giovane da poter formare. Mutatis mutandis, viene in mente la celebre canzone di Elio e le Storie Tese sui rapporti tra giovani donne e giovani uomini, "Cara ti amo". Tra gli utenti c'è anche chi dice di aver lavorato alle risorse umane e di sapere per certo che molte aziende aprono ricerche di lavoratori per posizioni fittizie, al solo scopo di apparire floride a chi di dovere, per poi inanellare una serie di pretesti per non assumere nessuno. Tutto questo senza addentrarsi nei diffusi casi di assunzione di persone poco titolate, ma molto raccomandate o comunque utili al fine di ottenere favori più o meno politici.

Grillo attacca il Ministro Fornero per la frase pronunciata lunedì a Milano sui giovani.



Uscendo dall'umore dei social network, per parlare di dati reali, secondo un'indagine dell'Istituto Toniolo svolta tramite l'Ipsos su 9mila giovani tra i 18 e i 29 anni (riportata dal Corriere Informazione), quasi la metà di coloro che hanno un'occupazione percepiscono uno stipendio ritenuto inadeguato e più del 45% si è mostrata molto poco "choosy", accettando un lavoro al di sotto del proprio livello di formazione, eppure solo il 15% di chi ha almeno una precedente esperienza lavorativa dichiara di aver lasciato il lavoro perché insoddisfatto (la causa principale è naturalmente la scadenza del contratto, 46%). Un altro dato significativo, riportato dal rapporto annuale del consorzio Almalaurea, è che coloro che sono in possesso di una laurea quinquennale hanno più difficoltà dei laureati con una triennale a trovare un'occupazione, in particolar modo perché le aziende italiane utilizzano solo il 12,5% del capitale umano altamente specializzato disponibile nel nostro Paese. I ruoli dirigenziali sono spesso affidati a personale meno qualificato, vecchio e presumibilmente proprio per questo meno capace di comprendere i rapidi mutamenti del mondo circostante e proporre idee innovative. Al recente evento sulle start up TechCrunch Italy, svoltosi a Roma il 27 settembre scorso, Alec Ross (Consigliere Speciale per l'Innovazione dell'ufficio di Hillary Clinton) riportava come una delle risorse alla base del successo delle aziende della Silicon Valley americana, il fatto che coloro che ne sono ai vertici diano molta importanza ai progetti e alle idee dei giovani ventenni e trentenni. Una differenza culturale cruciale rispetto a quanto avviene in Italia, che spinge molti dei giovani più preparati a migrare all'estero, andando a creare ricchezza in Paesi diversi da quello in cui sono nati e cresciuti e che ha investito nella loro formazione. Paesi dove magari la loro preparazione, le loro competenze e le loro idee e proposte siano considerate una risorsa e non una zavorra e dove non si debbano anche sentir rimproverare da chi rappresenta il governo per la loro legittima aspirazione alla soddisfazione professionale.

Quali sono le motivazioni più strane che ti sono state date dalle aziende per una mancata assunzione? Raccontacelo nei commenti: