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Banche: Marzinotto (BpFondi), 'le popolari non sono finite'

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Le banche popolari "hanno ancora un futuro" e il commissariamento della Popolare di Bari "non è l'inizio della loro fine". Gianluca Marzinotto, direttore generale della Banca Popolare di Fondi, difende il mondo delle cooperative ed è convinto che un 'effetto domino' non ci sarà: "Purtroppo la vulgata è far coincidere le problematiche con la forma giuridica: basta che una banca sia popolare per avere problemi, invece non bisogna dimenticarsi che tutte le banche hanno attraversato un lungo periodo difficile per colpa della crisi economica". 

Secondo il banchiere, che siede nel consiglio dell'associazione nazionale delle banche popolari, nonostante le difficoltà e alcune situazioni delicate, il mondo delle popolari non sta implodendo e non è destinato a scomparire.  

"Sicuramente - spiega all'Adnkronos - c'è un problema di illiquidità del titolo che non dobbiamo sottovalutare". Anche la Popolare di Fondi, che ha chiuso il primo semestre 2019 in utile e con una solida dotazione patrimoniale (Cet1 al 15,09%), ha scambi ridotti sulla piattaforma Hi-Mtf, e molti soci che vorrebbero vendere. Il prezzo fissato per un'azione della Popolare di Fondi è 99 euro, le compravendite sono quasi settimanali, ma sulla fascia minima della forchetta di prezzo (87 euro).  

Chi compra "acquista grossomodo pacchetti minimi di 30 azioni, a un prezzo di circa 2.600 euro, e - spiega il manager - acquisisce lo 'status' di socio valorizzando la partecipazione attiva nella cooperativa e sostenendo un modello di banca che da sempre ha contribuito allo sviluppo del territorio. Non lo consideriamo un investimento finanziario". 

Il problema è che la Popolare di Fondi è stata fondata nel 1891 e alcuni dei suoi quasi 3mila soci hanno ereditato le azioni, non vivono più nel territorio di riferimento della banca e hanno messo in vendita i loro pacchetti perché "non sono più interessati a rimanere soci". Le azioni messe in vendita dai soci, ora, "sono superiori agli ordini di acquisto, ma, pian piano, col tempo, le stanno vendendo". Se per la Popolare di Fondi è un problema di tempo, per altre banche popolari non lo è. "Non sempre le azioni si possono liquidare in tempo reale e i soci devono capirlo", è il ragionamento di Marzinotto. Forse, osserva, "sono spaventati e bisogna continuare a spiegare che, come nel nostro caso, la banca va bene, è solida e distribuisce un dividendo".  

Di certo, le popolari non sono avvantaggiate dal loro modello di banca, che non permette di aumentare il capitale come in una spa. Tecnicamente, il modello 'una testa un voto', blocca l'arrivo di nuovi investitori. "Non bisogna per questo demonizzare il modello cooperativo: è giusto che in un Paese ci sia una biodiversità del sistema bancario. Non so se un sistema polarizzato, dove vince un oligopolio, sia un bene per la concorrenza".  

Per il futuro della Popolare di Fondi, il cda valuta tutte le opportunità: oggi, sottolinea Marzinotto, "non riteniamo che sia necessaria una trasformazione in spa, ma siamo sempre attenti nelle nostre analisi".  

Aggregazioni con altre banche del territorio non sono all'orizzonte. "Con la Luigi Luzzatti spa (società nata nel 2017 per consentire agli istituti cooperativi economie di scala, ndr) è partito un patto di collaborazione tra le popolari, stiamo mettendo a fattore comune alcune attività che ci permetteranno sinergie su costi e ricavi", afferma, anche se "oggi tutto si trasforma molto velocemente e nulla è statico".  

La Banca popolare di Fondi, ad esempio, ha costituito una sgr che opererà nel private equity e venture capital e sta avviando in questi giorni l’iter autorizzativo. "Vogliamo trasformarci in una banca sempre più forte e solida, ma è chiaro che questi sono investimenti che hanno bisogno di un tempo di consolidamento. Investiamo nel medio-lungo termine e ci auguriamo che i soci continuino a sostenerci", conclude.