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Bce sotto pressione per la riposta “al rallentatore” sull’inflazione

Image from askanews web site
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Roma, 7 giu. (askanews) - La ripresa economica dell'eurozona continua a perdere colpi, oggi l'ultima conferma è arrivata dagli ordinativi del manifatturiero in Germania, che con un meno 2,7% a maggio hanno accusato il terzo mese consecutivo di contrazione. Ma alla Banca centrale europea il problema numero uno è e resta la galoppante inflazione: con un nuovo record all'8,1% annuo, sempre a maggio, è ormai al quadruplo del livello obiettivo perseguito dall'istituzione monetaria, che vorrebbe un carovita al 2%.

Quindi, con ogni probabilità, dalla riunione del Consiglio direttivo che si svolgerà tra mercoledì sera e giovedì mattina sono attesi annunci che ribadiranno la risolutezza dell'istituzione di riportare l'inflazione sotto controllo.

Le decisioni del consiglio verranno comunicate alle 13 e 45 italiane di giovedì. Alle 14 e 30 la presidente Christine Lagarde terrà la consueta conferenza stampa esplicativa. La riunione si svolgerà in trasferta rispetto alla sede istituzionale di Francoforte, in Olanda, nell'ambito delle rotazioni che circa ogni sei mesi vedono il Consiglio riunirsi nei paesi dell'area euro. Sempre giovedì la Bce pubblicherà anche le sue previsioni aggiornate su crescita economica e inflazione.

E proprio queste nuove previsioni saranno la base su cui verranno assunte le decisioni. Ad oggi la tabella di marcia che la Bce ha delineato per uscire dalla politica monetaria ultra accomodante prevede di mettere fine agli acquisti netti di titoli con il rimanente programma App all'inizio del terzo trimestre, che con ogni probabilità significa fermarli entro fine giugno. Successivamente la Bce potrà procedere ad un primo rialzo dei tassi, che ad oggi era atteso al Consiglio del 21 luglio.

Lagarde ha più di recente affermato che si punta a mettere fine ai tassi negativi entro il terzo trimestre. Dando per scontato che si riferisse ai tassi sui depositi (che le banche commerciali parcheggiano presso la Bce, che sono al meno 0,50%), significherebbe due rialzi da 25 punti base a luglio e settembre. Alcuni analisti ipotizzano un ulteriore aumento da 0,25 punti prima di fine anno. Ma questo sul presupposto che nei mesi a venire e nel prossimo anno l'inflazione si moderi.

Invece ad oggi l'inflazione continua a salire, a riflesso di una molteplicità di fattori, tra cui i problemi nelle catene di approvvigionamento globali, a cui hanno contribuito anche gli stimoli all'economia negli Usa, la guerra in Ucraina e le sanzioni contro la Russia, che riguardano sempre più anche le importazioni di prodotti energetici da Mosca. Nell'area euro i rincari sull'energia sono tornati a sfiorare il più 40% e tutto questo mette la Bce in una posizione sempre più scomoda.

La tabella di marcia indicata appare infatti in qualche modo una risposta "al rallentatore", rispetto a quelle che altre banche centrali hanno già messo in campo, in particolare la Federal Reserve americana. Va però fatto notare che il quadro dell'eurozona è diverso rispetto a quello degli Stati Uniti, l'inflazione in ampia parte dovuta a uno shock esterno dal lato dell'offerta, laddove negli Usa vi è una forte dinamica salariale che contribuisce ad alimentare il carovita.

Intervenire molto energicamente oggi sul versante monetario rischierebbe di fare ben poco sulle cause dell'alta inflazione, ma al tempo stesso potrebbe soffocare ulteriormente una ripresa economica già precaria. Per questo è quanto mai probabile che il Consiglio di questa settimana risulti molto dibattuto e impegnativo.

E parallelamente alle misure anti inflazionistiche c'è anche il tema degli aumenti dei tassi sui titoli di Stato e soprattutto dell'ampliamento dei differenziali tra paesi, i famigerati "spread". L'ultima cosa che la Bce vuole vedersi ripetere è il disastro che si verificò successivamente all'ultimo rialzo dei tassi che ha operato nel luglio 2011, in risposta pure allora a pressioni inflazionistiche dovute a energia e petrolio. Complici anche le spinte intransigenti al risanamento dei conti da parte dell'allora Commissione europea, il quadro degenerò rapidamente in una crisi di dei debiti pubblici e delle banche dell'area, che vide i differenziali esplodere a livelli fuori controllo, compromettendo gravemente per molti anni successivi la crescita economica.

Su questo, a più riprese, sia Lagarde, sia esponenti anche più più intransigenti del Consiglio, hanno avvertito che la Bce non intende tollerare ampliamenti degli spread che dovessero inficiare la trasmissione della politica monetaria. Non è chiaro se questo significherà la creazione di un nuovo strumento ad hoc o se basterà l'uso strategico della flessibilità sulle operazioni di rinnovo dei titoli in portafoglio, tenuto presente gli enormi stock accumulati negli anni scorsi dagli dall'istituzione. Bce e Eurosistema delle banche centrali al 3 giugno scorso detenevano infatti complessivamente quasi 5.000 miliardi di euro titoli per finalità di politica monetaria.

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