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Bear market: event driven o ciclico?

Gaetano Evangelista
 

Gli investitori hanno venduto in preda al panico non per i timori da coronavirus, quanto per il venir meno di due "put" che hanno incoraggiato l'assunzione del rischio in tutti questi anni: la Fed put e la OPEC put.

Il crollo dei mercati azionari non conosce soluzione di continuità. Se fosse un nuovo 1987, virtualmente il collasso sarebbe terminato ieri. Se lo script più idoneo fosse il 2008 (ipotesi prevalente ma non dominante); ci aspetterebbero ulteriori 4-5 mesi di liquidazione e di passione prima di trovare un fondo. Se fosse un 1929, iniziamo a trovarci un nuovo lavoro.

Gli investitori non avevano tutti i torti. Ad inizio anno era fondata l’idea di una ripartenza favorita dal minimo congiunturale autunnale. L’epidemia da coronavirus è stata vista come fenomeno contingente e localizzato; tale da cagionare qualche problema alla catena internazionale delle forniture, ma superabile. È stato utilizzato lo schema della SARS del 2003 e dell’H1N1 del 2009, trascurando però che queste epidemie si manifestarono alla fine di prolungati ribassi, e non alla fine di un’espansione storica.

Ad un certo punto, è avvenuto il crack. Gli investitori hanno venduto in preda al panico non per i timori da coronavirus, quanto per il venir meno di due "put" che hanno incoraggiato l'assunzione del rischio in tutti questi anni: la Fed put (nelle varie versioni intitolate ai governatori che vi si sono avvicendati) e la OPEC put. Gli operatori hanno realizzato che le misure adottate dalle banche centrali, e dal cartello del petrolio; non hanno funzionato più. Ciò ha comportato un drastico - drammatico - repricing del rischio, con conseguente posizionamento delle quotazioni su livelli ben più bassi di quelli fino a tre settimane fa vigenti: semplicemente perché non era più tollerabile la sopravvalutazione fondamentale, la bassa volatilità e gli spread creditizi contenuti, che hanno contraddistinto gli anni recenti.

Risultato: borse in fibrillazione. Le variazioni giornaliere sullo S&P500 si inseriscono in una configurazione conica sempre più ampia. Se le misure adottate dalla Fed non dovessero sortire gli effetti di normalizzazione sperati; la chiusura dei mercati sarebbe la conseguenza inevitabile.

Al momento classifichiamo questo bear market come event driven, ma la giuria è ancora riunita per deliberare. La differenza rispetto ad un bear market ciclico verte non tanto sulla profondità della caduta, quanto su tempi e intensità del successivo recupero. Ne parleremo dettagliatamente nei prossimi giorni.

Ad ogni modo, ciò che parte come reazione ad eventi eccezionali, può innescare conseguenze inizialmente imprevedibili. Anche nel 1973 le borse caddero per lo shock provocato dalla crisi petrolifera. Il fenomeno però si autoalimentò, provocando due anni di recessione e bear market. All’inizio del 2018 le borse caddero per l’exploit della volatilità (il famoso Volmageddon). Soltanto a posteriori fu evidente che quella sterzata verso il basso anticipava un rallentamento globale che sarebbe perdurato per quasi due anni. Minimizzare la reazione dei listini, ora, proponendo la medesima strategia degli ultimi dieci anni; potrebbe rivelarsi per gli investitori errore fatale.

Autore: Gaetano Evangelista Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online