I beni confiscati alla mafia in mano ai clan

Molte proprietà, ville e terreni sequestrati restano occupati dalla criminalità organizzata

Migliaia di lussuose proprietà, terreni, ville con piscina, aziende e palazzi, tutti sequestrati alla mafia, restano in mano alla criminalità organizzata. Beni per un valore di quasi due miliardi di euro che, nella migliore delle ipotesi, stanno lì a marcire, senza fruttare un euro. Anche se sulla carta sono sequestrati e appartengono dello Stato. La realtà, però, è ben diversa. Molto spesso al loro interno ci vivono ancora amici, familiari e prestanome dei boss che li occupano, anche abusivamente, o che aspettano il terzo grado di giudizio in tutta tranquillità. Perché sanno che dovranno passare anni prima di essere costretti a lasciarli, prima che il sequestro diventi definitivo. E se non ci abitano? Li danneggiano rendendoli inutilizzabili.

Ma il gioco che conviene di più ai criminali, paradossalmente, è un altro: affidarsi alla burocrazia e alla giustizia. Proprio alla legge, sì, che è dalla loro parte. E’ quanto emerge analizzando i dati scovati da “L’Espresso” che ha consultato i registri dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati e sequestrati. Sono ancora 11.100 gli immobili sottratti alla mafia che restano inutilizzati, che non vengono messi a disposizione di associazioni, né della comunità, per colpa della “burocrazia”. Tantomeno sono usati dai Comuni, che si trovano a fare i conti con i clan, spesso insediati proprio nel palazzo o nella villa sequestrata. Secondo i dati dell’Agenzia, che ha come compito proprio la gestione dei beni e la riconsegna degli stessi alla collettività, delle oltre 3.500 proprietà ottenute la bellezza di 418 sono ancora occupate da persone legate ai mafiosi.

La confisca ancora non è definitiva, la giustizia fa il suo lentissimo corso. A volte passano anche dieci anni prima che entrino, effettivamente, nella disponibilità dell’Agenzia, che ora si trova a fare i conti anche con un altro problema: il parere negativo del ministero dell’Economia sulla proroga per i suoi dipendenti distaccati presso l’Agenzia stessa. Questione spinosa, sulla quale è intervenuto a gamba tesa proprio in questi giorni il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. “Togliere i lavoratori significa fermare l'Agenzia, bloccarne l'attività – ha detto – questo non è neanche un rischio, è una certezza”. Come se di assist alla mafia non ce ne fossero già abbastanza.

Ma non ci sono solo la lentezza della giustizia e il rischio di chiusura dell’Agenzia a complicare le cose. Bisogna fare i conti anche con il sub emendamento alla legge di stabilità (che ha avuto il via libera della Commissione Bilancio del Senato) e che prevede la vendita dei beni deperibili confiscati alla mafia. Inizialmente si era parlato perfino della vendita anche degli immobili: questo era nelle intenzioni del ministro Cancellieri che aveva presentato un emendamento ad hoc scatenando una valanga di critiche.

Secondo il segretario confederale della Cgil, Serena Sorrentino, i segretari generali della Fillea (edili) e della Flai (agricoli), Walter Schiavella e Stefania Crogi, la proposta del ministro Cancellieri era infatti “un inspiegabile colpo di mano” che smentiva “le dichiarazioni dello stesso Ministro in merito al percorso di ascolto e partecipazione che avrebbe dovuto portare a interventi migliorativi del Codice Antimafia, a partire da maggiori garanzie per lo sviluppo produttivo delle imprese, per la tutela dei lavoratori dipendenti e per la restituzione ai territori interessati di questi beni e delle imprese bonificate”.

Emendamento a parte, la situazione resta difficile e ai limiti del paradosso. Basta pensare che tra i beni sequestrati c’è un castello ottocentesco a Miasino (piccolo borgo vicino a Novara, sul lago d'Orta) che secondo il Demanio valeva circa 4,6 milioni di euro: su questo vennero apposti i sigilli nel 1992. La proprietà, secondo l’indagine de “L’Espresso”, è stata  confiscata definitivamente nel 2007, ma resta in mano alla famiglia del camorrista pentito Pasquale Galasso che da dieci anni organizza matrimoni e ricevimenti nelle sale affrescate. Anche qui c’è lo zampino della “burocrazia” e resta così per “ipoteche, appelli e vincoli incrociati”. Tant’è che risulta in affitto “con un canone annuo di 36mila euro”. Cifra irrisoria in confronto al tipo di proprietà.

“Sullo stesso lago – si legge - con questa cifra si può prendere al massimo una villa con giardino. Nonostante tre ricorsi persi e una serie di ordinanze di sgombero, l'ultima a maggio 2011, i parenti dei Galasso restano di fatto i padroni di casa, assieme alle banche che vantano un'ipoteca da 600mila euro”. Lo stesso vale per un’altra villa prestigiosa vicino a Verbania, confiscata da 12 anni per essere trasformata in un presidio della polizia, così come i 12 immobili in Piemonte dove – per 8 di questi - a bloccare l’iter sarebbero le ipoteche delle banche che bloccano i beni in cui abitano, spesso e volentieri, prestanome e amici dei boss.