Beni pubblici, l'Italia si svende

Tempo di saldi anche per gli immobili. La notizia è certa: il ministro dell'economia, Vittorio Grilli, avrebbe già iniziato le trattative con banche estere e investitori - statunitensi e arabi - per la vendita di beni pubblici per 15-20 miliardi di euro. Per contribuire velocemente al risanamento del debito pubblico.
Nella lista stilata dall'Agenzia del Demanio - che dovrà essere terminata entro la fine del mese e conferita alla Società di gestione del risparmio (Sgr) che dall'inizio dell'anno va a sostituire la gestione del piano del Tesoro - saranno inclusi 100 immobili dello Stato e degli enti locali. Immobili, ma non solo: oltre a ville, caserme, è compresa la partecipazione all'interno delle utilities (energia, acqua, trasporti, infrastrutture) di Comuni e Regioni. Fanno parte della lista anche i 13 mila immobili che secondo il decreto demaniale del 2010 sarebbero dovuti passare nelle mani degli enti locali, tranne quelli utilizzati per fini istituzionali. Al momento però sono immediatamente cedibili tre fondi comuni pubblici, due immobiliari e uno mobiliare.

Il piano Monti non si discosta molto dalla svendita che l'ex ministro all'economia Giulio Tremonti applicò quasi un anno fa: la sua riforma avrebbe portato nelle casse dello Stato, secondo le sue dichiarazioni, fino a 30 miliardi di euro in un anno, mentre altri 10 sarebbero stati ricavati dalla cessione dei diritti di emissione di Co2. Il piano prevedeva inoltre la cessione del 5-10% dei beni statali ai privati, resi immediatamente valorizzabili - per un valore di 500 miliardi di euro - mentre l'intero patrimonio pubblico (immobili, concessioni, crediti, partecipazioni in società) era stato valorizzato intorno ai 700 miliardi, secondo il capoeconomista della Cassa depositi e prestiti, Edoardo Reviglio.

Anche in questo caso, come nel governo precedente, l'incasso principale lo Stato se lo aspetta principalmente da tre assets: Spa controllate dagli enti locali, società concessionarie e patrimonio immobiliare. Una stima che solo sugli immobili arriva a toccare quota 370 mila miliardi di euro. Una "svendita" di cui se ne parla già dal lontano 1987, quando l'allora deputato del Pli Bastianini propose al suo governo - presieduto da Giovanni Goria - di "mettere in vendita parte del nostro patrimonio pubblico" per ridurre il debito pubblico, che a quel tempo aveva superato il 93% del Pil. Oggi il debito è al 140% del Prodotto interno Lordo.

Il problema della svendita sta principalmente nel mondo delle utilities: se infatti la dismissione di quote di energia come Eni e Enel potrebbero comportare l'alienazione all'estero della rete nazionale e la loro gestione, la privatizzazione della Rai sarebbe una lotta interna tra partiti. Senza parlare dell'acqua, per la quale è stato vinto un referendum un anno fa che garantiva la gestione pubblica del servizio idrico e che ha provocato numerose manifestazioni di protesta già a febbraio 2012, quando il premier Monti provò a reinserirla negli emendamenti al decreto privatizzazioni, che garantiva la vendita di beni comuni a grandi multinazionali dei servizi.