Bilanci gonfiati: a Napoli una rivoluzione all'insegna della trasparenza

Comuni coperti di debiti, con i conti in rosso e le casse completamente svuotate ma che dichiarano un ottimo stato di “salute” finanziaria. In attesa della boccata di ossigeno che arriverà in concomitanza col versamento della seconda rata Imu, si allunga ogni giorno di più il cahier de doléances delle amministrazioni locali che devono fare i conti con passivi che farebbero dichiarare bancarotta a qualsiasi impresa privata. L’esempio più noto – per dimensioni e popolazione – è quello di Napoli che sotto la guida del sindaco Luigi De Magistris ha prodotto un buco di 850 milioni di euro nel bilancio comunale. Come? Con l’operazione pulizia avviata nel 2011 per mettere ordine nei conti del Comune, l’amministrazione di De Magistris ha fatto piazza pulita di tutte le entrate fittizie che per anni erano state messe a bilancio: multe e tributi mai riscossi, tasse rifiuti e altre voci inserite per gonfiare i bilanci.

A dare l’allarme erano state le agenzie di rating, prima fra tutte Fitch che nel luglio scorso aveva sottolineato come i crediti di dubbia esigibilità del comune fossero almeno doppi rispetto ai 230 milioni di euro indicati dall’amministrazione. Ora Fitch quantifica in 1,6 miliardi di euro (il 120% delle entrate) il debito di Napoli.  Alla Caporetto economica del capoluogo campano si sommano i pesanti passivi delle aziende municipalizzate: nel 2010 Metronapoli ha perso 4,9 milioni di euro e Bagnoli Futura 10 milioni di euro che si sommano agli 8 milioni di passivo accumulati nel biennio 2008 e 2009. Il totale dei debiti commerciali sulle aziende partecipate del Comune è una cifra da capogiro: 1,3 miliardi di euro.

Il fenomeno dei bilanci gonfiati non è limitato alla terza metropoli italiana ma ha visto come protagoniste anche amministrazioni regionali e comuni del nord Italia. L’estate scorsa la Corte dei conti ha quantificato in 15,7 miliardi i crediti non riscossi dalla Sicilia, come a dire che se si annullassero multe e tasse non incassate la Regione farebbe bancarotta correndo lo stesso rischio della Napoli del nuovo corso di De Magistris.

I problemi non sono solo a Sud. Anche nella Pianura Padana del benessere che fu, proprio in quei capoluoghi che sono, da sempre, la sede ideale delle Piccole-medie imprese spina dorsale della nostra economia, i bilanci fanno crac. È il caso di Alessandria dove sono stati proprio i debiti a mettere in ginocchio l’amministrazione comunale. Quest’estate il capoluogo della provincia più orientale del Piemonte ha riscontrato un grave stato di insolvenza dovuto a crediti liquidi ed esigibili di terzi ai quali la nuova amministrazione non può far fronte attraverso provvedimenti di riequilibrio o di riconoscimento di debiti fuori bilancio: a fronte di un rendiconto nel quale perduravano residui attivi per 7 milioni di euro, la Corte dei Conti ha stimato un disavanzo di 37 milioni di euro. Anche Labico, in provincia di Roma, ha gonfiato fino a 9 milioni di euro il proprio bilancio pur disponendo di 5 milioni di euro di risorse reali.

Perché Comuni e Regioni cadono nella trappola dei bilanci gonfiati? Ogni anno le amministrazioni comunali devono stilare un bilancio e rispettare un predeterminato Patto di stabilità. Se i conti e le spese non sono in regola e le previsioni non vengono rispettate i Comuni rischiano prima di essere sanzionati e dopo il commissariamento. Ecco perché, a volte, nelle entrate vengono inseriti crediti inesigibili che mai arriveranno a rimpinguare le casse in rosso. De Magistris ha avuto il coraggio di fare pulizia a Napoli dopo aver vinto le comunali, in vista delle amministrative è lecito attendersi che molti altri vasi di Pandora verranno scoperchiati.