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Bitcoin è libertà

Alberto De Luigi
 

3 gennaio 2019, 10 anni dal genesis block. In tanti si chiedono ancora cosa sia Bitcoin. Bitcoin non è una moneta e non è un asset. Bitcoin è libertà.

Nei secoli abbiamo conquistato delle libertà che i nostri avi non concepivano nemmeno. Diamo per scontato di poterci accompagnare a un consorte di altra estrazione sociale, o di poter ricevere un’istruzione, di poter compiere scelte fondamentali per la nostra vita privata, a prescindere da quale sia la nostra genealogia o il nostro sesso. Ma ci sono stati secoli in cui non era così e alcuni diritti, come la libertà di espressione, di associazione o di professare la propria religione non solo non erano riconosciuti, ma proprio non erano concepiti come possibili. Questo vale ancora oggi per molti popoli.

Civiltà che non abbiano ancora raggiunto i nostri standard ci sembrano ridicolmente retrograde e le osserviamo dall’alto in basso, come se la società occidentale si fosse ormai per sempre affrancata da quelle barbarie. Eppure, nonostante i progressi fatti, la nostra stessa società contemporanea non ha ancora veramente raggiunto la consapevolezza di quelli che sono i diritti fondamentali dell’uomo e di come questi possano trovare reale compimento, al di là della mera espressione formale su un trattato o una costituzione. Scriviamo di eguaglianza e libertà, eppure spesso queste parole sono vuote di significato e le nostre leggi non le onorano. Fra mezzo secolo i nostri nipoti guarderanno a questi giorni in modo non molto diverso da come noi guardiamo ai secoli bui del medioevo.

Le libertà di cui parlo non le abbiamo ottenute combattendo contro un despota o un regime corrotto. Se c’è un despota da combattere che ci tiene in catene, allora la civiltà umana ha già ottenuto la sua vittoria, poiché un nemico è stato identificato, una rivoluzione è in atto. Significa che l’idea di libertà fa già parte dei nostri pensieri, ci ha già sedotti, per poi spingerci all’azione. La libertà è un’idea che s’insinua nelle nostre menti come un seme che lentamente germoglia, di generazione in generazione, e a un certo punto, sprigiona un’energia implacabile, pretendendo di cambiare un mondo che improvvisamente non è più percepito come equo e giusto.

Per molte persone Bitcoin non è un’esigenza, è solo una sofisticata, tecnicamente eccellente, quanto inutile invezione. Molti ne comprendendono la tecnologia ma non ne afferrano ancora il reale significato. È difficile comprendere Bitcoin, proprio perché è in minima parte un’innovazione tecnologica, è soprattutto un’innovazione sociale. Di (KSE: 003160.KS - notizie) quelle più radicali, profonde, che segneranno un passaggio evolutivo epocale. Non ci si può aspettare che questa evoluzione si attui in 10 anni e il mondo cambi da un momento all’altro. Le nuove idee devono penetrare nel cuore di nuove generazioni per essere comprese, è necessaria una trasformazione sociale, una graduale interiorizzazione. L’epica di Bitcoin lascia totalmente indifferenti la maggior parte delle persone, perché non sono in grado di accoglierne la visione. Alcuni per ignoranza, altri per arroganza, o semplice mancanza di curiosità, o di vitalità.

Ciò che ci opprime non è un regime autoritario, non è lo Stato, non è il potere delle banche né della banca centrale, non è la tirannia della maggioranza. L’oppressore è l’ignoranza, lo stantio conservatorismo, l’attaccamento nostalgico alla tradizione, l’incapacità di vedere oltre l’abitudinario, la pigrizia intellettuale, la noncuranza per lo stato attuale, la sfiducia e la scarsa fede nel poter cambiare e migliorare. E così l’oppressore è al contempo nell’oppresso, nel nostro più caro e buon concittadino, nel nostro collega, nell’amico, all’interno della nostra famiglia, nei nostri stessi pensieri.

Chi ancora non riesce a comprendere Bitcoin, dovrebbe prima chiedersi: oggi siamo liberi di esprimerci, di comunicare, di scambiare, di scrivere, di prendere accordi, di siglare patti, di lavorare? Abbiamo davvero conquistato quelle libertà? Molti potrebbero dare una risposta affermativa a quasi tutte queste domande, eppure sotto gli occhi di tutti ci sono dei limiti intollerabili a queste libertà che pesano come macigni, che tuttavia sorprendentemente in pochi riescono veramente a vedere.

Cypherpunks manifesto (Eric Hughes, 1993)

Ciò che ha fatto grande la civiltà umana, elevandola sopra le altre specie animali, è la capacità di organizzare un’economia. L’elemento chiave di un’economia non è la produzione, che esiste già nel regno animale, bensì lo scambio, il commercio. Il ragno produce la tela, l’uccello il nido, le formiche il formicaio, animali più evoluti producono ripari e talvolta utilizzano armi o utensili primitivi. Lo scambio invece, per quanto vi siano esempi primordiali anche fra gli animali (“doni” che si configurano come do ut des), è caratteristico e proprio dell’essere umano. Grazie allo scambio, abbiamo potuto organizzare al meglio il lavoro tramite la divisione delle mansioni e la specializzazione di alcuni individui in determinati settori. Così facendo abbiamo ottimizzato l’utilizzo delle risorse, lavorando in modo coordinato e infinitamente più efficiente, beneficiandone tutti. Il progresso della nostra specie deriva da questo semplice fattore, che ancora – e tanto più oggi – è determinante nella società, poiché più una società scambia più è ricca e prospera.

La matita di Milton Friedman come metafora dell’ordine spontaneo

L’economia è un pilastro fondante della nostra civiltà e dunque riflette i principi morali fondamentali che regolano i rapporti fra gli esseri umani. Non solo fa suoi questi principi morali, ma li rende necessari, li promuove e magnifica, contribuendo a costruire un mondo dove non è il più forte a dominare e predare gli altri, ma dove prevale chi riesce a collaborare, con vantaggi non solo per sé, ma per tutte le parti che collaborano. Un principio morale universalmente riconosciuto per qualsiasi popolo, che precede di gran lunga altri ideali come l’uguaglianza o la libertà nelle sue varie declinazioni, è il rispetto della parola liberamente e volontariamente data. Il diritto viene dalla morale, così dal principio del rispetto della parola prende forma l’istituto giuridico del contratto. Un contratto funziona perché le controparti rispettano l’accordo, o l’intesa su cui si è instaurato il reciproco consenso. Ma solo nelle sue vesti più sofisticate il contratto assume forma scritta o digitale, mentre nella sua forma più primordiale, eppure ancora la più comune, è di tipo solo gestuale o verbale, come un’offerta di scambio. Il rispetto della parola data è funzionale quindi alla riuscita dello scambio e della collaborazione.

Nel (Londra: 0E4Q.L - notizie) ventunesimo secolo, un uomo non può realizzare un contratto di scambio con un altro uomo senza l’avvallo di un sovrano. Due uomini non sono liberi di dare compimento al principio morale forse più fondamentale della nostra civiltà: il rispetto della parola data. Se promettiamo a un amico che saremo da lui per cena, verosimilmente non ci sarà nessuna autorità pubblica che si interesserà alla faccenda, perciò saremo liberi di farlo senza rendere conto a nessuno. Se però tale promessa comporta un beneficio (anche solo potenziale) economicamente calcolabile per almeno una delle parti coinvolte, la promessa non può avere luogo senza la concessione dell’autorità. Qualsiasi comunicazione, accordo, scambio che abbia una rilevanza economica deve essere in qualche modo rendicontato allo Stato. Una semplicissima idea, come una teoria astratta, ma che abbia sufficiente potenziale per essere sfruttata economicamente, non può essere trasferita da individuo individuo liberamente. Persino il dono non è libero: viviamo in una società in cui esiste l’imposta sulle donazioni.

Se abbiamo prodotto del pane col nostro lavoro, nel momento in cui lo scambiamo per della moneta si sta avverando un processo astratto molto sofisticato, per cui spesso non pensiamo al reale significato di quello che sta avvenendo. Nel concreto però, stiamo semplicemente vendendo il frutto del nostro lavoro in cambio della promessa di qualcun altro di lavorare per noi, offrendoci qualche bene o servizio di nostro interesse. La moneta non è altro che la contabilità del valore prodotto dal lavoro, che viene trasferita da individuo a individuo per tracciare quanto una persona sia in debito o in credito “di lavoro” con tutti gli altri individui (dove il lavoro è misurato nel valore che tutti gli individui presenti all’interno di un mercato, in base ai loro bisogni e preferenze, attribuiscono ai frutti del lavoro di ciascuno).

Quindi quando eseguiamo un lavoro per qualcuno in cambio di denaro, stiamo cedendo il nostro lavoro (o i frutti del nostro lavoro) in cambio di una promessa: il denaro che riceviamo rappresenta un credi Autore: Alberto De Luigi Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online