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Bitcoin: l’Egitto lo mette al bando

Lorenzo Cuzzani
Anche la terra delle Piramidi entra nel novero degli anti-bitcoin

Risale a ieri, 2 gennaio 2017, il diktat egiziano circa la liceità della criptovaluta più famosa al mondo.

Sheikh Shawki Allam, Gran Muftì del Cairo, giustifica la propria decisione di messa al bando del Bitcoin con un’affermazione-motivazione semplice quanto immediata: “Il Bitcoin può essere dannoso per la sicurezza sociale ed economica del Paese”.

Alla base di una simile fatwā, ossia un responso giuridico su una fattispecie astratta basato sulla sharīʿa, vi sono molteplici ragioni.

In primo luogo, il divieto in questione si inserisce nel contesto di prevenzione al terrorismo. Tale diniego è coerente con quanto diffuso dall’Autorità Egiziana di Supervisione Finanziaria  lo scorso 17 dicembre, vale a dire il conferimento di dimensione illecita al commercio criptovalutario tipizzato in BTC.

Tale orientamento è stato confermato, in un’intervista a Egypt Today, da un consigliere del Muftì, Magdy Ashour, che ha aspramente criticato la valuta di Satoshi Nakamoto tacciandola di mezzo di finanziamento al terrorismo.

Nel prosieguo dell’intervista, Ashour illustra come il Bitcoin non possa avere cittadinanza in Egitto perché “non ha regole predefinite, che nell’Islam è considerato alla stregua dell’annullamento di un contratto, per questo è proibito”.

Prendendo le mosse da quanto detto da Ashour sopra e integrandolo con la successiva affermazione “Allah ha permesso il commercio e ha vietato l’interesse”, si comprende meglio la portata del divieto in seno alla nazione egiziana.

L’ultima affermazione di Ashour è una massima coranica, precisamente Corano, II, 275-80; ragionando sull’illiceità esistente nel mondo arabo nel praticare l’interesse e ricordando come la Banca Centrale Egiziana non copra il valore del Bitcoin, risulta palese come un tale commercio illecito sia alla stregua dell’usura, la cui fattispecie di reato in Egitto consta di un contenuto d’illeceità alquanto profondo.

Tirando le somme, da esigenze di sicurezza nazionale anti-terrorismo a rispetto di leggi coraniche, il novero delle motivazioni pro-divieto non finiscono qui.

Avvalendosi ancora dell’utile contributo dialettico di Ashour, è possibile aggiungere un ulteriore elemento a supporto del divieto di commercializzazione del Bitcoin.

Non può essere sottovalutata la contingenza che la maggior parte dei cittadini egiziani non abbia un proprio conto corrente bancario e al riguardo ammonisce Ashour: “per quanto le transazioni elettroniche siano aumentate negli ultimi anni, il sistema bancario in Egitto non ha una regolazione della valuta digitale”.

Trasparenza, tracciabilità, evasione ed elusione fiscale e chi più ne ha più ne metta. Senza dimenticare che quanto citato sopra si collega anche al tema del finanziamento di organizzazioni eversive.

Quanto finora riportato è utile per capire come l’Egitto abbia posto la parola fine alla breve epopea del BTC inaugurata solo ad agosto 2017, delineando un’unità d’intenti nazionale che non potrà mai essere bypassata.

This article was originally posted on FX Empire

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